È più carino che FICO questo posto di Bologna, anche se quel Farinetti è proprio un bel volpone a vendere i prodotti al triplo del prezzo del supermercato, erodendo i margini dei produttori già all’osso, per poi auto-erigersi a filosofo dei miei stivali: almeno speriamo che ci regalino il pranzo e magari anche un barattolo di marmellata, sennó sai che scocciatura.

Neanche ci volevo venire, qui, sono stato costretto dalla mia azienda. E che fantasia gli organizzatori, mettere su tutto questo circo sull’inclusione e la diversità proprio l’11 settembre, che nel crollo delle Torri Gemelle, guarda caso, non è morto neanche un ebreo e i soliti tycoon americani hanno venduto le azioni il giorno prima dell’attentato, perché tanto già sapevano tutto.

Poi basta con questo Lucio Dalla in filodiffusione, che solo perché è bolognese te lo propinano in tutte le salse, avrà pure scritto qualche bella canzone, ma rimane pur sempre un frocio che da ragazzino invece di giocare con i maschi a pallone si vestiva da ballerina, sicuramente. Ecco, adesso siamo al completo, c’è anche un negro, ma del resto di cosa mi stupisco, ormai sono dappertutto, ci stanno invadendo, almeno speriamo che questo marcantonio, che non mi sembra sia proprio in fuga dalla guerra, si guadagni da vivere onestamente, del resto col fisico che si ritrova qualche lavoro pesante gli verrà bene, magari è qui a montare e smontare il palco o a trasportare le casse d’acqua per il convegno: sempre meglio che spaccarsi la schiena a raccogliere pomodori a Foggia o in qualche altro posto del Mezzogiorno dimenticato da Dio, ma non dalla Mafia, che tanto al Sud fanno sempre come gli pare.

 

A leggerlo mette i brividi, vero? O forse, sotto sotto, qualcuno di noi si é ritrovato in qualcuna di queste affermazioni? Sicuri? Neanche sulla marmellata? Non sarebbe così strano, perché sono commenti realmente ascoltati, scritti o trovati in rete; in fondo lo dicono anche le aziende e le persone più orientate al concetto di inclusione: noi aiutiamo e sosteniamo, ma spesso il problema é al di fuori, nel quartiere, negli spazi comuni, che amplificano il disagio. Allora il compito di chi è più fortunato è costruire ponti, creare percorsi e contaminazioni, connessioni tra punti di vista diversi: come farlo è l’interrogativo al quale prova a dare risposta la Prima Edizione di Global Inclusion, un’iniziativa organizzata da Newton Italia che pone la prima pietra attraverso dibattiti e, soprattutto, esperienze concrete.

Ah, scusate, ho dimenticato di dirvi una cosa: io c’ero ed ho provato a mettermi nei panni di qualcuno molto diverso da me. E ho deciso di raccontarlo.

Da lontano si udiva una musica struggente, che scaldava il cuore, assieme a tiepidi raggi di sole che sembrava avessero consegnato il loro tepore ad una dolce brezza che mi scompigliava i capelli, facendomeli ricadere, disordinati, sulla fronte: mi piace quando succede, perché mi ricorda l’estate e le passeggiate sulla spiaggia.
Le inconfondibili note di “Come è Profondo il Mare” di Lucio Dalla, calamitavano i sensi e l’attenzione di tutti noi, guidandoci verso l’Auditorium, perfettamente disposto a semicerchio in un abbraccio ideale, accogliente, come i sorrisi che incrociavo sulla bocca delle persone intervenute a parlare di diversità ed inclusione: temi di cui tutti noi dovremmo essere portatori sani di responsabilità, traducendoli nella nostra quotidianità attraverso i comportamenti.
Non a caso, il compito di guidarci è stato affidato a due persone che ci hanno lasciato un’eredità immensa, senza chiederci nulla in cambio: Piero Calamandrei e Lucio Dalla. Padre costituente l’uno e un tempo, il nostro, in cui la Costituzione rischia di valere meno di un sondaggio casareccio lanciato con un post dal telefonino, mentre è proprio dal suo Articolo Numero 3 che traiamo il fondamento dell’inclusione; un poeta, l’altro, che cantava la diversità di un ballerino che ama, e davvero, senza nessuna certezza: forse é questo, uno dei manifesti dell’inclusione.
Non erano i soli, ad ispirarci: con loro c’era un uomo nero.

Chris Richmond è il geniale fondatore della piattaforma Mygrants, che crea valore umano dai big data applicati ai flussi migratori.

Lui è un ivoriano con passaporto svizzero che ha studiato negli Stati Uniti: ci andó dopo che sua mamma sbarcó in Italia, affastellata assieme ad altri corpi su una carretta del mare. Sembra il fratello di Will Smith e nonostante il fisico possente non smonta palchi, né raccoglie pomodori a Foggia come tanti suoi, anzi nostri fratelli che interrompono la speranza del loro viaggio incontrando un maledetto caporale in un casolare abbandonato tra le coltivazioni del Tavoliere: lui, povero ingenuo, crede che il Papeete sia solo una meta dove andare in luna di miele e ci é venuto a spiegare che i migranti non sono solo persone, ma risorse che hanno una personalità da cui si possono misurare le soft skills che, in alcune aziende illuminate, fanno la fortuna di organizzazioni e clienti; del resto vallo a trovare un talento, per di più a costo zero, che parli correttamente arabo, francese, inglese ed italiano, che conosca i più moderni linguaggi di programmazione ed a cui affidare l’export, magari in una Regione come l’Emilia-Romagna (ed occhio al trattino, mi raccomando, da queste parti ho scoperto che ci tengono), che esporta qualcosa come 63 miliardi di Euro di manifatture e prodotti alimentari Made in Italy.
Siamo sicuri, allora, che le mogli ed i buoi debbano essere ancora dei paesi tuoi, o che chi si somiglia si piglia?

Sostenere che l’inclusione promuova la crescita diventa anche una questione  economica: la Repubblica è fatta di imprese, come quelle duecento Blue Chips che negli Stati Uniti, ad agosto, si sono riunite ed hanno rimesso in gioco le regole dell’economia: non basta più solo fare profitto, bisogna anche creare valore e ci si può riuscire solo partendo dalle persone.
Purtroppo, però, lo stereotipo, il BIAS, é dietro l’angolo, e tende il tranello ad ognuno di noi.

Vogliamo fare un esempio?

Quante volte sentiamo e diciamo di volere persone agili ed innovative?

Ecco, già questo é un concetto non inclusivo, perché non esistono persone agili e innovative, ma lo sono in base alle loro attitudini calate in contesti diversi, per cui tutti noi lo siamo se coinvolti nella sfida giusta, mentre non potremo mai performare se inglobati in un contesto non allineato alle nostre competenze.

Il risultato é che parlando con le moderne organizzazioni aziendali si spende e si investe sempre sugli stessi, poi però ci si lamenta che non si trovano i talenti.
Oggi tutto questo si può fare con l’aiuto della scienza e della tecnologia, perché rimuovere pregiudizi e BIAS cogntivi dalla nostra mente é un esercizio difficile, ma necessario se si vuole seguire le parole di Calamandrei, Lucio Dalla e Chris Richmond, che guarda caso era l’unico in jeans e maglietta ed ha trasmesso dei concetti sublimi calcando il palco a grandi passi con le sue sneakers che, sotto sotto, tutti gli invidiavamo per la loro comodità.
Se non vi avessi ancora convinto dell’unicità dei concetti espressi in questa splendida cornice bolognese, dove per inciso il Signor Farinetti ha unito le biodiversità presenti in natura creando delle commistioni che esaltano la ricchezza della mescolanza, allora é tempo di giocarmi l’asso nella manica, perché in questo evento senza precedenti i ragazzi di Newton le hanno pensate proprio tutte, anche quella di farti mettere nei panni di chi é molto diverso da te, e magari affetto da qualche disabilità.

“C’é qualche volontario?”
Che bello, sembrava di essere tornati a scuola e per un uomo come me, che vive costantemente proiettato nel passato, é stato un tuffo al cuore: peccato non aver avuto un banco ed un compagno a fianco, altrimenti mi ci sarei nascosto dietro, pur di non essere chiamato.
“Ok vedo che siete un po’ timidi, chiamo io. Vieni tu dai”
lo sapevo, esattamente come a scuola. Mi avevano beccato.
“Raccontaci chi sei e cosa fai”
Beh, almeno sono stato fortunato, questa la so.
Mi sono presentato, ho raccontato di me, facendo leva sulle cose su cui mi sento più sicuro. E’ andata bene, le persone vedevo che annuivano e sorridevano.
“Filippo, perché sei venuto in questo workshop sulla psicodizione?”
Avete presente quando finalmente trovi il coraggio di chiedere ad una ragazza di ballare, ma tu ti muovi come uno stoccafisso mentre lei studia danza da quando era bambina? 

Bene, allora moltiplicate per due, perché Chiara e Veronica, così si chiamano le persone che mi hanno chiamato sul palco, avevano lo sguardo divertito di chi pensa “qualsiasi cosa dirai, potrà essere usata contro di te”. Esattamente come quando mi hanno chiesto di ripetere la presentazione. 

“Aumenteremo solo un pochino il coefficiente di difficoltà” mi hanno detto ridendo, e dicendo al pubblico che stavano per mettermi nei panni di una persona balbuziente, per farmi provare cosa si prova a non poter comunicare come vorremmo. Perché la balbuzie non esiste, esistono solo le persone balbuzienti, che sentono una voce dentro la loro testa.
Chiara e Veronica l’hanno fatta sentire anche a me.

Tutti noi viviamo per comunicare: qualsiasi cosa facciamo, noi comunichiamo. 

Una volta un uomo di sport molto famoso disse, “Se hai un corpo, allora sei un atleta”: un altro manifesto dell’inclusione. Facendo un parallelo, potremmo dire che se esistiamo, allora comunichiamo.
Pensiamo solo per un momento se non avessimo più la possibilità di farlo, se ad un tratto non sentissimo più la vostra voce, né quello che stiamo dicendo perché siamo concentrati ad ascoltare una vocina nella nostra testa che fa un casino da matti e ci dice tutte frasi demotivanti, svilenti, umilianti, tali da farci  immobilizzare all’improvviso, senza preavviso, diventare rossi, perdere il filo, inciampare su una maledetta lettera perché quella stupida lingua si é bloccata proprio lì sul quel dente e non ne vuole sapere di muoversi, di andare oltre ed allora provi a forzare il blocco con le mascelle e tutti i muscoli del viso, ma cavolo non si smuove e la tua faccia deve avere un’espressione orrenda di sforzo enorme, si deve essere sicuramente trasfigurata ed infatti guarda adesso come mi stanno fissando tutti, oddio, meglio che mi sto zitto, questa cosa del parlare non fa per me, anche se diamine quello che avrei voluto dire ci sarebbe stato proprio bene e avrei fatto veramente una bella figura con quel ragazzo che mi piace e che adesso non mi sta più neanche guardando.

Se non ci credete, che io sia veramente entrato nei panni di un balbuziente, andate su Google, e digitate Chiara Comastri, ma per favore, non fatelo nei ritagli di tempo: fatelo  quando siete tranquilli, magari davanti ad una tazza di tè o la sera, con una luce soffusa.

Fatelo quando avrete qualche minuto a disposizione, perché si apriranno parentesi da seguire senza riuscire a chiuderle: la devo a lei questa esperienza emozionante.

È proprio FICO, questo posto.

 

L’autore dell’articolo è Filippo Gatti – filippo.gatti@shl.com

Filippo Gatti, romano, 42 anni, è un manager esperto di risorse umane. La sua missione è prevedere il comportamento delle persone in un contesto lavorativo. Consulente di Grandi Realtà nazionali e multinazionali in ambito People Strategy e Diversity, nutre da sempre la passione per le arti e la letteratura. 
Storyteller ed autore di romanzi, scrive “per farsi compagnia”.