Sullo sfondo dello sviluppo tecnologico e conseguentemente alla nascita di nuovi canali di commercio e ramificazioni commerciali, il mondo del lavoro modifica sé stesso ricercando nuove professioni che soddisfino un certo tipo di richieste produttive.

Nuove richieste tecniche richiedono nuove personalità lavorative che potenzialmente possono anche esser formate per ricoprire le nuove posizione, portando quindi nuove possibilità occupazionali non solamente per chi era già precedentemente occupato, ma anche per chi da qualche tempo non era più attivo nel mercato del lavoro.

Vista con questa prospettiva, l’evoluzione tecnologica che sta riguardando tutti noi e la quasi totalità delle posizioni lavorative è una cosa positiva.

Ma lo è davvero? Tutti quelli che applaudono allo sviluppo tecnologico, all’intelligenza artificiale, alle “macchine che imparano”, riescono anche a vedere oltre lo schermo illuminato e gli oggetti cromati oppure no?

Nel momento in cui qualcosa nel mercato del lavoro evolve, porta con sé anche una sorta di evoluzione obbligatoria per tutti i lavoratori di quel settore o di settori simili. Il che non è un male, ma crea una situazione di malessere psicologico ad alcune persone che si definisce Job In-security, ossia un senso di insicurezza inconscia o conscia che colpisce le persone che possono essere coinvolte nel processo di cambiamento.

Questo malessere potrebbe soprattutto colpire le persone che, anagraficamente, non si sentono troppo in sintonia con il cambiamento e decidono di non farne parte; ma non solo. Anche perché, meramente, essere “giovani” non deve per forza voler dire essere anche bravi ad usare il computer, ad esempio. Questo per dire che il cambiamento del mercato del lavoro e di conseguenza del lavoro stesso non sempre è una cosa positiva ma che soprattutto va seguito in maniera analitica e capillare da chi possa gestire il malessere che da questo nasce.

Ragionando dal punto di vista numerico, negli ultimi vent’anni il mondo del lavoro si è profondamente trasformato, mutando radicalmente le proprie caratteristiche. A questo cambiamento hanno contribuito la globalizzazione, con l’esportazione di intere linee produttive verso paesi con manodopera a basso costo, poi la finanza con la sistematica riduzione dei costi fissi e in particolar modo degli stipendi e, infine, l’automazione che mette a rischio molte delle professioni attuali.
Oggi, è l’automazione che, nelle sue diverse forme, contribuisce a rendere più povero di posti il mercato del lavoro e rischia di ipotecare pesantemente anche il futuro.

Affacciandoci al mercato del lavoro americano, Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, docenti ad Oxford, hanno calcolato che il 47% dei mestieri attuali negli Stati Uniti è a rischio estinzione
per l’informatizzazione e quindi per questo tanto decantato sviluppo informatico.

In passato, la “tecnologia” attaccava le tutte blu, oggi se la prende con il ceto medio e attacca i colletti bianchi.

“…al suo apice Kodak valeva 28 miliardi di dollari e impiegava 140 mila persone. Instagram, che risponde alla medesima esigenza di condividere foto, aveva 13 dipendenti quando è stata
venduta per un miliardo…Negli anni ‘80 General Motors impiegava 350 mila persone, oggi Facebook meno di 7.000… È un’ingenuità credere che i restanti si siano tutti riciclati…Il grosso si è semplicemente volatilizzato. Il 60 per cento dei posti persi nella recessione, ha calcolato la Federal Reserve di San Francisco, erano della classe media” – Staglianò, 2014

La continua ricerca dell’aggiornamento, per non essere troppo distaccati dal progresso tecnologico, e quindi di una buona formazione, crea un processo di downsizing abbastanza stressante per il lavoratore.

Il sociologo americano Jeremy Rifkin afferma che il 20% della conoscenza generata all’interno di un’impresa si logora in meno di un anno. Il 20% l’anno significa che viene richiesto :
“…ad ogni lavoratore di cambiare tutte le sue capacità ogni cinque anni. Ma significa anche che, in una situazione di ipercompetizione, possono bastare pochi mesi di malattia, un esaurimento
nervoso, un’assenza per maternità o una gamba rotta per rimanere indietro nella grande corsa e pagarne il prezzo in termini di reddito e di status sociale, così come di benessere psichico e di autostima” – Gilioli e Gilioli, 2001

È paradossale vedere come il sogno di sviluppo dell’uomo si stia in realtà trasformando in una sorta di incubo. La ricerca dello sviluppo tecnologico e di una sorta di “comodità” e di “meccanicizzazione della vita comune” sta portando ad una drastica diminuzione delle potenzialità lavorative di molte persone.

La soluzione non è, ovviamente, fermare il processo tecnologico, ma sviluppare delle politiche formative adatte a questo sviluppo, ragionando meno in chiave assistenzialista e più in chiave di potenziamento delle competenze. Questo vuol dire accompagnare le persone a scelte lavorative e formative consapevoli, creare corsi di formazioni utili ed effettivamente performanti e rendere la tecnologia meno distante dalle persone.
Non è utile parlare di sviluppo tecnologico in una lingua che comprendono solo gli addetti ai lavori, per far si che qualcosa diventi di uso comune deve essere reso comprensibile a tutti.
Perché l’essere umano fatica a fidarsi e ad apprezzare ciò che non capisce.

 

L’autore dell’articolo è Mauro Cerni

“Lavoro nel mondo delle Risorse Umane da diverso tempo, occupandomi di ricerca e selezione, onboarding, formazione e potenzialmente delle competenze. 
La formazione accademica in Antropologia ed Etnografia Culturale, unita alle diverse specializzazioni in psicologia cognitiva, hanno fatto si che comprendessi quanto importante sia la presenza dell’ “Altro” nei contesti lavorativi, sia per una questione di apertura mentale ma anche per permettere un effettivo e comprovato aumento delle capacità produttive del singolo.”