Uno degli aspetti fondamentali del rapporto di lavoro è sicuramente il luogo in cui la prestazione lavorativa viene espletata, tale aspetto è tanto importante che molte volte può condizionare la scelta di un’offerta di lavoro piuttosto che quella di un’azienda concorrente.

Tuttavia il luogo pattuito al momento dell’istaurazione del rapporto di lavoro non è immutabile nel corso della vita lavorativa: il trasferimento del lavoratore costituisce, infatti, una modalità di espressione del potere di etero direzionale del datore di lavoro.

 

Ma quanto può disporre l’azienda del proprio dipendente?

Il potere del datore di lavoro di disporre legittimamente il trasferimento di un proprio dipendente trova fondamento nella previsione dell’articolo 2103 del codice civile, che va letto anche alla luce degli articoli 2094 e 2086.

Infatti, l’articolo 2103 del codice civile stabilisce che “il lavoratore non può essere trasferito da un’unità ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive” mentre l’articolo 2086 prevede che “l’imprenditore è il capo dell’impresa e da lui dipendono gerarchicamente i suoi collaboratori”.

L’articolo 2094 è, come noto, quella disposizione del codice civile che definisce il prestatore di lavoro subordinato, il quale deve ottemperare alla sua obbligazione lavorativa alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore.

Il trasferimento quindi può essere definitivo come “la modifica unilaterale definitiva della sede di lavoro originaria, o già variata per precedente trasferimento, intesa quale luogo nel quale fisicamente il lavoratore svolge in via principale le proprie mansioni”

 

Quali sono le conseguenze di un eventuale rifiuto?

Il lavoratore può impugnare il trasferimento in via stragiudiziale, qualora lo ritenga illegittimo, con qualunque atto, sottoscritto da lui o dall’organizzazione sindacale alla quale aderisca, idoneo a rendere nota la sua volontà, entro 60 giorni dalla comunicazione a pena di decadenza. Entro 180 giorni dalla data di spedizione della lettera di impugnazione stragiudiziale, deve essere depositato un ricorso con cui si impugna il trasferimento e se ne chiede l’annullamento al giudice.

Il tribunale verificherà se il trasferimento sia legittimo e se sussistano le ragioni addotte dall’azienda.

In caso contrario il trasferimento verrà annullato e il lavoratore avrà diritto a restare presso l’originaria sede di lavoro.

Si ricorda che è onere del datore di lavoro, una volta impugnato il trasferimento da parte del dipendente, dimostrare e provare l’effettiva sussistenza delle ragioni giustificative del trasferimento stesso.

La giurisprudenza ha ritenuto infatti che “l’azienda debba dimostrare che quel dipendente era ormai inutile nella sede di provenienza, oppure la necessità della presenza di quel dipendente, con la sua particolare professionalità, nella sede di destinazione, o ancora, la serietà delle ragioni che hanno fatto cadere la scelta proprio su quel dipendente e non su altri colleghi che svolgano analoghe mansioni (Cass. n. 12516/2009)”

Qualora il trasferimento del lavoratore fosse sorretto da motivazioni valide, cosi come previste dalla normativa vigente, il giudice ne confermerebbe la validità, posto che questi non può entrare nel merito delle decisioni del datore di lavoro.

Qualora invece le condizioni soggettive e oggettive del trasferimento non venissero provate in giudizio dal datore, individuando pertanto una violazione delle previsioni di legge o di contratto, il tribunale rileverebbe l’illegittimità del licenziamento, con l’applicazione delle tutele previste a seconda del caso concreto.