La disciplina normativa del contratto di lavoro intermittente (o lavoro a chiamata) è contenuta nel Decreto Legislativo di riordino delle tipologie contrattuali (D.lgs 81/2015) e recentemente modificato dall’ultimo Decreto Dignità, quindi resta un valido strumento per gestire le attività saltuarie.

 

“Con l’eccezione dei settori del turismo, dei pubblici servizi e dello spettacolo, il contratto di lavoro intermittente è ammesso per ciascun lavoratore con il medesimo datore di lavoro, per un periodo complessivamente non superiore a quattrocento giornate di effettivo lavoro nell’arco di tre anni solari ”

 

L’art. 13, comma 1 del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81 definisce il contratto di lavoro intermittente come «il contratto, anche a tempo determinato, mediante il quale un lavoratore si pone a disposizione di un datore di lavoro che ne può utilizzare la prestazione lavorativa in modo discontinuo o intermittente secondo le esigenze individuate dai contratti collettivi, anche con riferimento alla possibilità di svolgere le prestazioni in periodi predeterminati nell’arco della settimana, del mese o dell’anno.

 

In sintesi, il datore di lavoro deve assicurarsi che:

Il CCNL con cui vuole contrattualizzare il dipendente prevede il ricorso a lavoro a chiamata;

Il lavoratore deve avere o un’età inferiore ai 24 anni o superiore ai 55 anni

La prestazione del lavoratore a chiamata ha un limite di utilizzo (non può superare le 400 giornate nell’arco di tre anni solari)

 

A differenza del part time, il datore di lavoro, non ha l’obbligo di far lavorare il dipendente delle ore prefissate ma solo quelle necessarie alla propria attività imprenditoriale.

Quest’ultime rappresentano il parametro necessario per il calcolo del trattamento economico, normativo e previdenziale del lavoratore intermittente.

 

Per approfondire tutti i dettagli (divieti e comunicazioni relative) è possibile consultare il testo completo del Decreto, cliccando qui.

 

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