Ho un amico formidabile che mi ha fatto conoscere un curioso proverbio danese,

“E’ difficilissimo fare delle previsioni, soprattutto quando queste riguardano il futuro”

un adagio più che mai attuale che fotografa perfettamente questo periodo di emergenza, in cui tutti ci affanniamo a costruire o consultare algoritmi più o meno complessi per calcolare il succedersi degli eventi ed i tempi di ritorno alla normalità, anche se dovremo sicuramente rivedere i parametri personali che descrivono la normalità dopo questa esperienza da best seller di fantascienza.

Anche senza l’ausilio di modelli matematici accurati, però, possiamo identificare delle attività anticicliche che avranno un impatto economico positivo dalla crisi, come ad esempio la distribuzione alimentare moderna, o gli apparecchi medicali ed i prodotti farmaceutici. Eppure, gli incrementi di valore più incisivi, sia in uno scenario ottimistico che pessimistico, li registreranno il commercio online e l’entertainment, perché tutti noi passeremo più tempo a casa, sui nostri smartphone, a chattare e postare sui vari social network.

Secondo una ricerca di DScout, un utilizzatore di telefono cellulare tocca il suo dispositivo 2.617 volte al giorno, ma questo vale solo per l’utente medio: lo studio ha scoperto che gli utilizzatori estremi toccano i loro telefoni 5.400 volte al giorno, cioè una volta ogni 16 secondi, se non dormissimo nemmeno un’ora. E sono dati relativi al 2017, quindi senza Tik Tok e con un utilizzo di Amazon e Instagram molto meno compulsivo di oggi.

Tuttavia, analizzando il dato della ricerca con maggiore attenzione, stiamo rischiando di mettere inconsciamente a repentaglio gli sforzi per garantire la Diversity, la vera ricchezza per il mondo a venire e per le organizzazioni lavorative e sociali. Per illustrare meglio il pericolo, ci viene ancora in aiuto il mio amico del proverbio danese, che mi ha spiegato i rischi della cosiddetta bolla di filtraggio dei social network.

Quando ci colleghiamo a Facebook, ad esempio, vediamo solo una selezione dei post, quelli che l’algoritmo del sistema ha scelto per noi, perché altrimenti da un lato ci sarebbero troppi contenuti da mostrare e dall’altro, se la piattaforma ci proponesse continuamente cose che non ci interessano, potremmo decidere di abbandonare il social network: invece, grazie ai nostri like ed alle nostre emoji, le piattaforme associano al nostro profilo dei contenuti che ci soddisfano.

Questo comportamento ci espone alla bolla di filtraggio: ovvero essere confinati in una bolla in cui i contenuti sono stati prefiltrati appositamente per noi, con la conseguenza potenziale che l’utente si convinca che i suoi interessi siano tutto ciò che esiste. Gli scettici possono andare a riguardarsi le dinamiche dello scandalo Cambridge Analytica per capire quanto siamo esposti alla disinformazione che genera mostri, ed in un momento in cui le notizie diventano sempre più liquide e si “guardano su Facebook” per la nostra interazione con i social che in questi giorni aumenta esponenzialmente, il rischio reale di non avere una visione orientata alla diversità ed all’inclusione è altissima, soprattutto perché nel mondo di cui facciamo parte i Governi stanno reagendo all’emergenza chiudendo le frontiere e isolando le comunità, contribuendo così alla diffidenza ed al rigetto di chi è “altro” da sé, ma se non si può fare altrimenti, esistono degli antidoti? 

Forse sì e si chiamano dati: proprio quelli che rischiano di metterci nei guai, se utilizzai male. 

I sistemi basati sui big data sono più accurati nello stimare le nostre informazioni rispetto a chi ci conosce personalmente, quindi in un momento di incertezza come quello che stiamo vivendo, poter contare su misurazioni oggettive e non viziate dai BIAS, ovvero dai pregiudizi inconsapevoli, può aiutarci ad evitare le bolle di filtraggio che, guarda caso, filtrano il più grande dono dell’Umanità: la Diversità.

Perché anche se “E’ difficilissimo fare delle previsioni, soprattutto quando queste riguardano il futuro”, gli esseri umani di buona volontà hanno il dovere di provarci. 

Seriamente. 

p.s. Il mio amico super formidabile che ha ispirato questo breve articolo si chiama Luigi Laura. 

Se qualcuno volesse #restareacasa cimentandosi in una lettura stimolante, documentandosi sulla storia delle Intelligenze Artificiali e su come impattano sulla nostra vita, vi consiglio di leggere il suo incredibile libro 

“Breve e Universale Storia degli Algoritmi”, edito da LUP, Luiss University Press. 

 

 

L’autore dell’articolo è Filippo Gatti – filippo.gatti@shl.com

Filippo Gatti, romano, 42 anni, è un manager esperto di risorse umane. La sua missione è prevedere il comportamento delle persone in un contesto lavorativo. Consulente di Grandi Realtà nazionali e multinazionali in ambito People Strategy e Diversity, nutre da sempre la passione per le arti e la letteratura. 
Storyteller ed autore di romanzi, scrive “per farsi compagnia”.