Capita spesso di non dar troppo peso al sentire di chi ricopre posizioni di potere, convinti del fatto che il “leader”, il “titolare” o il “manager” siano forti e formati abbastanza da gestire da soli non sola tutta la mole del loro lavoro, ma anche tutto quello che sta al di fuori del lavoro stesso, ma che comunque lo riguarda (penso ad esempio all’opprimente questione fiscale, spada di Damocle che pende molto di più sulla testa di chi è responsabile di altre persone).

Non è raro vedere persone che ricoprono posizioni di responsabilità stressate, innervosite e anche incattivite a volte. Quello che non è raro però, è che non ci si ferma mai a chiedersi perché stanno così, ma semplicemente ce la prendiamo se ci rispondono male o se non ci trattano con il “rispetto che meritiamo”.

Relativamente alla frase virgolettata poco sopra, vorrei sfatare un mito: non tutti i dipendenti meritano rispetto. Il rispetto lo si guadagna non solo mostrando di saper fare il proprio lavoro, ma anche comportandosi in maniera umana e ragionevole. Spesso capita che molte persone, coscienti della loro importanza sul posto di lavoro, portino avanti comportamenti al limite della decenza, giustificando loro stessi con auto affermazioni sullo stile del “se me ne vado io qui crolla tutto”. 

Ma tornano all’argomento principale. Perché nessuno mai si chiede come stia il titolare? Come si senta il leader? Spesso si tende a convincersi del fatto che le persone forti, e intendo sia forti di carattere che per la loro posizione, sopportino tutto e siano sempre performanti e sicure. Non è proprio cosi, perché molto spesso chi ricopre posizioni di responsabilità è sottoposto ad una problematica grave e abbastanza subdola, ossia l’esaurimento emotivo.

Con esaurimento emotivo si intende  uno stato che viene raggiunto dopo uno sforzo eccessivo. In questo caso non parliamo solo di eccessi lavorativi, ma di uno smodato farsi carico di conflitti, responsabilità o stimoli di tipo emotivo o cognitivo. 

Si tratta di un processo che si incuba lentamente, finché la persona non crolla. Questa rottura immerge il soggetto in uno stato di profondo malessere, che può manifestarsi in diversi modi. 

Si produce un collasso nella vita del soggetto, perché letteralmente non ce la fa più.

Nonostante l’esaurimento emotivo si sperimenti come stanchezza mentale, di solito è accompagnato da un enorme affaticamento fisico. Quando sopravviene, subentra una sensazione di pesantezza, di impossibilità a procedere. Si cade, quindi, in un’inerzia dalla quale è difficile uscire.

L’esaurimento emotivo si verifica perché c’è  uno sbilanciamento fra quello che si dà e quello che si riceve e spesso succede in quegli ambiti, o a quelle persone, che devono rispondere a grandi esigenze.

Razionalmente, sono proprio le persone “che ci pagano” ad essere più sottoposte a questo stato di malessere. Eppure spesso capita che nessuno si chieda come stanno. 

Perché succede questo?

Non esiste una risposta uguale per tutto. Spesso capite che non si chieda perché non si vuole disturbare, perché il senso della posizione ricoperta sia cosi schiacciante che non si immagina il proprio titolare come un essere umano ma solo come il proprio capo. Ma ci sono anche motivazioni più subdole e infantili, come ad esempio la paura di quello che può essere il giudizio dei colleghi, oppure il non farlo perché tanto non ci si guadagna nulla.

Dobbiamo tenere a mente che stretti dei completi e nei tailleur ci sono degli esseri umani, e a volte hanno solo bisogno di essere compresi.

“Riposati ogni tanto; un campo che ha riposato dà un raccolto abbondante”.

-Ovidio- 

 

L’autore dell’articolo è Mauro Cerni

“Lavoro nel mondo delle Risorse Umane da diverso tempo, occupandomi di ricerca e selezione, onboarding, formazione e potenzialmente delle competenze. 
La formazione accademica in Antropologia ed Etnografia Culturale, unita alle diverse specializzazioni in psicologia cognitiva, hanno fatto si che comprendessi quanto importante sia la presenza dell’ “Altro” nei contesti lavorativi, sia per una questione di apertura mentale ma anche per permettere un effettivo e comprovato aumento delle capacità produttive del singolo.”