“La palla ovale rimbalzava più imprevedibilmente del solito: il terreno era reso ancor più accidentato da una moltitudine di piccole stalagmiti di fango secco taglienti come pezzi di vetro che sbucavanodalle pozzanghere ghiacciate di quel campaccio da Rugby incastratotra le pendici dell’Etna. Quando riuscii ad abbrancarla, sentii distintamente le cuciture in cuoio nei palmi delle mie mani mentre serravano la presa sul pallone che proteggevo con il corpo; mi tornarono in mente le palle matte di quando ero bambino, quelle che non sapevo mai dove sarebbero finite schizzando impazzite dopo aver toccato terra. Non so come mai, forse per l’impresa di aver conquistato la palla, mi venne da sorridere ingoiando un grumo di saliva che aveva il sapore di plastica del paradenti. Incrociai lo sguardo di quel bonaccione del mio avversario: mi guardava sornione, la maglietta che a fatica riusciva a contenergli i rotoli di grasso della pancia gonfia di birra; la fronte era coperta a metà da un caschetto di gomma slacciato, che gli volò via nel momento in cui decise di caricarmi caracollando gelatinosamente, scoprendo una capigliatura folta e corvina. Sembrava un toro esausto e ferito che staper sferrare l’ultima, stanca incornata davanti al panno rosso del suo carnefice, che di umano non ha più neanche l’aspetto. In quel momento miaccorsi che il suo viso, rasato ed olivastro ancorchè sporco di melma e fili d’erba, somigliava moltissimo a quello di Fiorello, il mio idolo ai tempi del Karaoke, quando ero ragazzo. Provai d’istinto simpatia per quell’energumeno: se qualcuno somiglia ad una persona che ti è simpatica, per osmosi ti sarà simpatico anche lui, anche se pesa centotrenta chili e sta pensando di farti fuori solo perchè hai un pallone da Rugby in mano.

Un rumore sordo, come quando uno quei vasi arancioni di coccio in bilico sul davanzale cade dal primo piano, spinto dal vento, e sparpaglia il terriccio tutto intorno al punto di impatto; poi una sensazione immediata di calore, come quando mamma mi spalmava il vicks vaporub sul petto coprendolo con uno strato di ovatta, prima di tirar giù il pezzo di sopra del pigiama. Fiorello mi aveva placcato brutalmente, assestandomi scorrettamente una tremenda testata proprio al centro del cranio; ora mi sorridevaanche lui, tenendo fieramente sottobraccio l’ovale che mi aveva strappato di dosso; stava in piedi a cavalcioni sopra di me, e da terra vedevo distintamente le sue mutande sudate sporgere dalla cavità dei calzoncini, soddisfatto ed incurante del tentato omicidio commesso davanti a ventotto testimoni più l’arbitro, in campo, ed un migliaio, sulle tribune. Prima di perdere conoscenza capii che il vaso era la mia testa e il terriccio che ne fuoriusciva era il mio sangue, denso e scuro: che si spargeva magmatico lungo il collo e le spalle, mischiandosi al fango e seccandosi anche lui, creando un effetto lavico rossastro tendente al marrone che si mimetizzava perfettamente con le rocce vulcaniche in cui erano state scavate le tribunestrapienedi tutta la gente del paese etneo che la domenica pomeriggio si ritrovava, ad incitare la squadra locale di Rugby, come in un rito medievale; non ci capiva niente di quel gioco, ma era là con la speranza di assistere alla solita zuffa collettiva dei beniamini locali, che, guarda caso, su quel campo ben oltre il limite della praticabilità non avevano mai perso una partita.

L’ho sempre chiamata, quasi rivendicandone un’inconsistente paternità, la “Teoria delle Somiglianze”. Funziona, o meglio funzionava, più o meno così: tu somigli ad una persona con cui ho un buon rapporto e quindi per una sorta di proprietà transitiva, anche noi due avremo un buon rapporto. Questa regola completamente priva di prove scientifiche aveva funzionato, prima che incontrassi Fiorello su un campo da Rugby. In quel momento la teoria aveva cominciato a vacillare, proprio come il mio corpo sotto i colpi impietosi di quella massa corporea informe: ed, finalmente capii allora che tutta l’architettura sulla quale si poggiava la mia convinzione era frutto di un colossale fraintendimento che nel mio caso si limitò, si fa per dire, ad una suturazione da 21 punti in testa ed una momentanea perdita di conoscenza, ma che in altri casi avrebbe potuto avere delle conseguenze ben più pesanti. Da un punto di vista economico, in particolare.”

 

Tutta colpa dei BIAS: si chiamano così e sono tra i più grandi nemici delle organizzazioni aziendali moderne.

In psicologia indicano una tendenza a creare la propria realtà soggettiva, non necessariamente corrispondente all’evidenza, che porta dunque a un errore di valutazione o a mancanza di oggettività di giudizio.

Esattamente quello che successe a me sorridendo a Fiorello prima di agguantare quella palla ovale.

Ora, immaginiamo di dover assumere o far avanzare di ruolo delle persone all’interno della nostra azienda: abbiamo idea di che danno possa provocare un approccio soggettivo e senza una valenza scientifica?

Fino ad un milione di Euro ogni dieci posizioni non centrate perfettamente, secondo una ricerca condotta da SHL, Leader Mondiale dei servizi di assessement e studio della personalità.

Se a questo aggiungiamo che, sempre secondo la ricerca, il 65% delle candidature non soddisfa i requisiti richiesti e che il 76% dei Direttori del Personale teme che i laureati non siano preparati per il mondo del lavoro, abbiamo un ordine di grandezza piuttosto attendibile di quanto possa risultare letale prendere delle decisioni cruciali non basandosi su dati misurabili.

La buona notizia è che oggi, rispetto al passato, abbiamo la possibilità di scegliere ed ingaggiare le persone giuste, al momento giusto, con delle basi scientifiche concrete che eliminino i BIAS alla radice: sul mercato esistono delle soluzioni estremamente valide che studiano la personalità in relazione alle competenze richieste ed alle sfide da intraprendere.

Questo significa intervenire fisicamente e concentrare le energie solo su una rosa finale di candidati più o meno ampia, perchè preselezionata secondo criteri oggettivi e  big data, tra l’altro confrontabili settorialmente, ma non solo: utilizzare degli assessment robusti consente anche di fare del bene, e tanto, ai ragazzi che si approcciano al mondo del lavoro, consegnando loro un feedback su punti di forza ed aree di miglioramento per affrontare meglio gli step successivi o le altre selezioni, perdipiù ottemperando ad un principio costituzionale che impone alle imprese di creare valore sociale.

Inoltre, un sistema scientifico di questo tipo aumenta il coefficiente di Employer Branding dell’Azienda, che oggi ha il detonatore (in questo caso positivo) di candidati Millennials e Gen Z che, con le loro capacità digitali assurgono ad un ruolo di cassa di risonanza da fare invidia ad un concerto dei Metallica.

Come vedete, io ci ho messo tanto tempo ed incolumità per passare dalle teste…ai test, ma vi confesso che, in fondo, ne è valsa la pena.

A questo punto, dovremmo capire se esiste un modo per scegliere tra i migliori assessment disponibili sul mercato, e quali sono i criteri da seguire per inserire questi strumenti scientifici all’interno della Talent Acquisition aziendale, ma ve lo sveleremo la prossima volta, adesso sta per cominciare la puntata di Fiorello alla radio, che vorrei ascoltare in modalità digital per darvi l’impressione di essere più giovane, e chi ci casca è un BIAS!

 

Quali sono gli errori più frequenti in fase di valutazione di un candidato?  Clicca qui per conoscere i principali

 

L’autore dell’articolo è Filippo Gatti – filippo.gatti@shl.com

Filippo Gatti, romano, 42 anni, è un manager esperto di risorse umane. La sua missione è prevedere il comportamento delle persone in un contesto lavorativo. Consulente di Grandi Realtà nazionali e multinazionali in ambito People Strategy e Diversity, nutre da sempre la passione per le arti e la letteratura. 
Storyteller ed autore di romanzi, scrive “per farsi compagnia”.