Se fino a qualche tempo fa le aziende che introducevano l’Intelligenza Artificiale nei propri processi erano viste come delle pioniere, un’organizzazione che oggi ne esclude l’utilizzo viene considerata antiquata e fuori dal tempo. In effetti, si stima che nei prossimi anni il 75% delle applicazioni di analisi usate dalle organizzazioni incorporerà senza dubbio una qualche forma di AI.

Parallelamente, aumenterà anche la quantità di dati a disposizione delle aziende per supportare e migliorare le HR.

L’uso dell’Intelligenza Artificiale nella gestione del capitale umano permetterà così di snellire o automatizzare molti processi, consentendo ai responsabili HR di concentrarsi sulle strategie e la pianificazione.

L’IA sta trasversalmente coinvolgendo tutti i settori da quello industriale a quello commerciale fino ai servizi.

Tutto questo ridurrà l’occupazione in alcuni settori, in altri permetterà alle aziende e ai lavoratori di avere più tempo per migliorare il livello del servizio, gestire aspetti più impegnativi del ruolo e anche ridurre i livelli di stress.

Alcuni ruoli scompariranno, ma l’IA migliorerà l’organizzazione delle aziende che potranno concentrarsi sempre più sulla parte creativa del lavoro che crea un vantaggio competitivo.

 

Nell’articolo precedente abbiamo parlato della Digital Transformation e come gli HR dovrebbero governare il processo in azienda.

 

 

Per quanto riguarda gli ambiti di implementazione, oggi l’Intelligenza Artificiale è prevalentemente impiegata nel campo delle relazioni Business-to-Consumer e Business-to-Business, ma è potenzialmente applicabile a tutte le funzioni aziendali, secondo livelli diversi di intensità e complessità gestionale e tecnologica. La maggior parte dei business leader intervistati indicano le aree di magazzino e logistica, servizi post-vendita e assistenza clienti come quelle in cui potranno dispiegarsi le maggiori opportunità, mentre meno prossime all’applicazione dell’AI nelle aree di amministrazione, finanza e controllo, strategia e risorse umane.

 

Abbiamo spulciato l’analisi dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) – in inglese Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD)

Scaricabile l’intero rapporto al sito ufficiale o qui

 

 

In sintesi, dal rapporto si evince che:

Il tasso di occupazione in Italia è rimasto stabile nel periodo 2011-2016, registrando un leggero aumento diminuzione di 0,2 punti percentuali. Questa prestazione aggregata maschera le differenze al livello regionale come mostrato nella mappa in Figura 20.1. In particolare, il tasso di occupazione diminuito di 3 punti percentuali nelle regioni della Calabria e della Sicilia. Allo stesso tempo,l’aumento principale (2,7 punti percentuali) è stato registrato nella regione Basilicata e Campania.

“Oltre al numero di posti di lavoro creati (o distrutti), è la loro “qualità” che conta sviluppo economico e inclusione. L’analisi condotta nel capitolo 1 di questo rapporto fornisce un’indicazione della quota di posti di lavoro a rischio di automazione nell’economia regionale.

Nel periodo 2011-2016, dodici regioni hanno registrato una riduzione della quota di posti di lavoro ad alto rischio di automazione – Tipo A e Tipo C nella Tabella 20.2. Tuttavia, in tre regioni

(Campania, Provincia autonoma di Bolzano e Toscana) la maggior parte dei posti di lavoro creati erano in occupazioni ad alto rischio di automazione, mentre altre sei regioni (tipo D), ha registrato una grande perdita di posti di lavoro, principalmente in occupazioni a basso rischio di automazione.”