Una delle cose che tutti quanti andiamo cercando e della quale spesso abbiamo bisogno riguarda la competenza legata al problem solving.

Ma ci siamo mai chiesti da dove arrivano, fisicamente, queste abilità?

Dove sono nascoste nel nostro cervello?

In questo pezzo vorrei provare, riprendendo alcuni studi di neuroscienze fatti tempo addietro e aiutandomi con alcune letture, a dare una risposta a questo interrogativo. Ovviamente è l’opera di un profano che accetterà senza problema qualsiasi segnalazione di errore.

La prima cosa della quale mi piacerebbe parlare riguarda i ricordi, e del fatto che non sono tanto attendibili come pensiamo.
Il 50% dei ricordi che abbiamo cambia nel corso di un solo anno.

Si può ricordare il succo di una cosa ma non tutto nei dettagli. Anche i ricordi più significativi non sono perfetti, possono infatti cambiare con il tempo.

Ma se la memoria deve preservare il passato, per quale motivo è tanto fallace?

Ma come immagazziniamo i nostri ricordi? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo prima specificare che esistono diversi tipi di memoria, alcuni dei quali sono la memoria implicita, la memoria esplicita, la memoria semantica e quella episodica.

I ricordi non sono archiviati in una specifica parte del cervello; diverse informazioni che raccogliamo sono salvate in diverse parti del cervello. Ad esempio, i suoni sono immagazzinati nella corteccia uditiva, il senso del tocco nella zona post frontale del lobo parietale, i volti delle persone che ci sono amiche nel giro filiforme, i sentimenti che proviamo nell’amigdala.
Tutte queste informazioni vengono quindi combinate insieme da quello che si chiama lobo temporale mediale, composto dall’ippocampo e dall’amigdala.

Quando riviviamo un ricordo, è il lobo temporale a mettere i posto questi elementi. Alcuni momenti della nostra vita sono più impressi nella nostra memoria. Ma perché? Perché i nostri ricordi personali li ricordiamo grazie a tre particolari “cose”, che sono:
Emozioni, che dipendono dall’amigdala, gestita dall’ippocampo, e permettono di ricordare più facilmente alcuni episodi: luoghi che in pratica mappano quello che abbiamo vissuto in una sorta di orizzonte geografico; storie, infatti il cervello presta più attenzione alle informazioni se queste sono presentate sotto forma di racconto.

Più si associa qualcosa che si vuole ricordare a strutture che si hanno in mente, più facili saranno da ricordare.

Una delle tecniche mnemoniche più efficaci che si possono usare per utilizzare la narrativa nella memoria e il “palazzo della memoria”, ossia inserire in strutture abituali già presenti nella nostra mente delle informazioni nuove che dobbiamo ricordare.

Se ad esempio, nel percorso che facciamo da casa a lavoro, inseriamo delle informazioni che ci serve ricordare, ogni volta che rievocheremo alla mente il percorso, anche quell’informazione si presenterà nel percorso.

Il fatto stesso che comunque i ricordi siano fallaci e possano essere plasmanti fa pensare al fatto che si possano creare falsi ricorsi tramite domande tendenziose, come hanno dimostrato molti studio dei primi anni 70.
Studi hanno dimostrato che ricordare eventi passati corrisponde a immaginare il futuro, perché si accendono le stesse parti del cervello che lavorano quando pensiamo a passato.

Ricordare il passato ed immaginare il futuro ci permettono di identificare problemi ed esperienze future, di pensare a come possono evolversi gli eventi, ostacoli che possono emergere e a come potremmo affrontarli. E questo è lo stesso meccanismo del problem solving.

Chi possiede ottime doti di problem solving ha la capacità di immaginare nuove soluzioni su problemi presenti, rifacendosi al passato per immaginare un diverso futuro.

Da questo punto di vista i ricordi aiutano molto. Ricordando un episodio passato e scavando nel suo significato possiamo arrivare ad una soluzione che magari prima non potevamo vedere.

Magari i nostri ricordi sono un poco fallati. E allora? Riusciamo ad arrivare ad un risultato anche se i nostri ricordi e quindi le nostre informazioni non sono del tutto performanti? Non importa. Alla fine ciò che ci serve è il risultato finale, la strada la strutturiamo a poco a poco. Così come i nostri ricordi.

 

L’autore dell’articolo è Mauro Cerni

“Lavoro nel mondo delle Risorse Umane da diverso tempo, occupandomi di ricerca e selezione, onboarding, formazione e potenzialmente delle competenze. 
La formazione accademica in Antropologia ed Etnografia Culturale, unita alle diverse specializzazioni in psicologia cognitiva, hanno fatto si che comprendessi quanto importante sia la presenza dell’ “Altro” nei contesti lavorativi, sia per una questione di apertura mentale ma anche per permettere un effettivo e comprovato aumento delle capacità produttive del singolo.”