È cosa nota che i nostri apparecchi tecnologici soffrano di una malattia che si chiama obsolescenza programmata dove, fondamentalmente, dopo qualche tempo semplicemente smettono di funzionare perché programmati così.

Nel mondo del lavoro viviamo un evento simile, che mi piace definire obsolescenza professionale.

Si tratta del momento in cui una professionalità e quindi l’insieme delle sue skill semplicemente smettono di essere utili.

È patologico.

Una professione evolve e i suoi stadi precedenti smettono di essere performanti come prima, con la conseguenza che questa tenderà a sparire.

Certo, in alcune zone geografiche alcune professioni sopravvivono, ma all’atto dei grandi numeri è come se non servissero più a nulla e vengono dimenticate.

Quello a cui non si pensa non sono tanto le professioni che spariscono, ma le persone che le portavano avanti. Nel momento in cui una skill diventa obsoleta, allora anche la persona che la possiede lo diventa (e spesso questa cosa corrisponde anche all’età anagrafica della sopraddetta), finendo conseguentemente nel grande calderone della disoccupazione.

Non starò qui a disquisire delle conseguenze sociali derivanti da questa folle cavalcata verso la continua innovazione a discapito della storia.

Vorrei fare un’altra riflessione. 

Riguarda una mancanza nella nostra professione.

La capacità di essere creativi con le skill degli altri.

Quando abbiamo qualcosa di antico e di valore, tendiamo a tenerlo perché possederlo ci porta un vantaggio e decidiamo di farlo perché abbiamo fatto delle ricerche e abbiamo capito che quell’oggetto ha delle potenzialità. Perché con le skill non si può fare lo stesso?

Davvero le capacità e le abilità di quello che un tempo fu un bottaio non possono in qualche modo essere utilizzate? 

Forse basterebbe solo che noi HR fossimo un poco più intraprendenti e uscissimo dalla zona di confort.

Legata all’obsolescenza professionale abbiamo anche quella culturale, perché alla fine un lavoro “antico” fa anche parte del nostro bagaglio culturale. È il progenitore di quello che facciamo oggi, che fa parte di una catena di sviluppo che deve essere conservata perché le radici, i punti di partenza, non vanno dimenticati.

Quindi, preserviamo e valorizziamo le vecchie professioni di una volta ma non dimentichiamo che è anche grazie a loro che, oggi, siamo quello che siamo.

 

L’autore dell’articolo è Mauro Cerni

“Lavoro nel mondo delle Risorse Umane da diverso tempo, occupandomi di ricerca e selezione, onboarding, formazione e potenzialmente delle competenze. 
La formazione accademica in Antropologia ed Etnografia Culturale, unita alle diverse specializzazioni in psicologia cognitiva, hanno fatto si che comprendessi quanto importante sia la presenza dell’ “Altro” nei contesti lavorativi, sia per una questione di apertura mentale ma anche per permettere un effettivo e comprovato aumento delle capacità produttive del singolo.”