Una delle cose che più spesso crea discrepanze non solamente dal punto di vista economico, ma anche sociale e psicologico, è quella che possiamo definire segregazione operativa, che nasce dalla potenza economica che ci troviamo a fronteggiare. 

Mi rendo conto che, letta in questo modo, è una cosa che sembra non avere nessun senso. Per questo motivo cercheremo, insieme, di fare un ragionamento.  

Socialmente, capita spesso di valutare se stessi in base a quello che ci si può permettere. La dimensione della propria casa, la potenza della propria macchina, il prezzo del proprio smartphone. Tutti gli oggetti che possiamo permetterci sono simboli di status, che ci classificano nei confronti delle altre persone e che ci permettono di far parte d un certo tipo di gruppo, nel quale non potremmo entrare se non possedessimo in certo tipo di oggetto.

Ovviamente, la nostra potenza economica nasce dal lavoro che facciamo, da quelle che sono le nostra competenze e da quello che è stato il nostro vissuto formativo. Scendendo nella catena degli eventi, troveremo anche il rapporto con la nostra famiglia, quello che ci hanno permesso di fare, quello che vi hanno aiutato a fare e come erano, anche dal punto di vista economico.

Statisticamente succede che una persona molto difficilmente cambia lo status economico dal quale è partito, di conseguenza avrà già abitudine per un certo tipo di modi di essere e di accettare sé stesso e gli altri.

La frase “lui se lo può permettere e io no” è una delle cose più dannose che possiamo dirci, perché presuppone il fatto che la nostra personalità, la nostra serietà come persone e professionisti nasce da quello che possediamo, in una continua e persistente ricerca dell’approvazione esterna. 

Convincendoci del fatto che il nostro status sociale derivi da quello che fisicamente possediamo ci inseriamo da soli in quella che  è stata definita, appunto, segregazione operativa. Se non posso permettermi una cosa socialmente riconosciuta come buona, allora non sarò mai come quelle persone alle quali voglio assomigliare e di conseguenza non potrò mai muovermi da dove sono, in tutti i sensi.

Per quanto sembri una cosa abbastanza normale, che vivono tutti, in realtà ha radici profonde e nel contesto sociale odierno è molto dannoso. Certo è che non tutti possono aspirare allo stesso status economico (per diverse motivazioni), ma è sbagliato classificare le persone per quello che guadagnano. 

È una cosa che capita troppo spesso. La prima cosa che si chiede ad una persona che non si conosce è “che lavoro fai?”. In questo modo la prima l’impressione non nasce dal carattere della persona, ma appunto dalla sua potenza economica. 

È meglio avere amici medici che amici operai, no? (certo, non è un comportamento universalmente riconosciuto e non lo fanno tutti, ma è una cosa che viene fatta anche inconsciamente).

Come professionisti, come adulti e come esseri umani dovremmo cercare di evitare di farci coinvolgere dalla segregazione operativa nella quale andiamo fin troppo spesso a inserire le persone che ci stanno intorno, ragionando invece su ciò che le persone possono insegnarci dal punto di vista delle skill emotive. Anche perché i nuovi trend HR 2020 sono molto chiari in questo senso: le skill emozionali stanno prendendo il sopravvento e dobbiamo imparare a guardarle e riconoscerle. Ma sopratutto apprenderle.

 

L’autore dell’articolo è Mauro Cerni

“Lavoro nel mondo delle Risorse Umane da diverso tempo, occupandomi di ricerca e selezione, onboarding, formazione e potenzialmente delle competenze. 
La formazione accademica in Antropologia ed Etnografia Culturale, unita alle diverse specializzazioni in psicologia cognitiva, hanno fatto si che comprendessi quanto importante sia la presenza dell’ “Altro” nei contesti lavorativi, sia per una questione di apertura mentale ma anche per permettere un effettivo e comprovato aumento delle capacità produttive del singolo.”