È opinione diffusa che, nel momento in cui si inizia un’esperienza lavorativa, bisogna lavorare alacremente sulle hard skill o sul gruppo di hard skill che ci hanno permesso di ottenere quella posizione. Questo comportamento è sicuramente corretto, se consideriamo che il potenziamento di queste “skill principe” ci dà la possibilità di migliorare sul lavoro e di dare un senso al nostro impegno, che si mostra fisicamente negli effetti sul nostro lavoro.

Ma cosa succede a quelle skill che invece non esercitiamo più?
Semplicemente, è come se si atrofizzassero.

Non spariscono, ma si indeboliscono.

Credo sia una cosa che si nota, facendo un po’ di attenzione: un certo tipo di lavoro richiede un certo tipo di skill che si potenzia a discapito però di altre.
L’atrofizzazione delle soft skill è un fenomeno che colpisce tutti quanti, con diverse intensità. Influenzati dalle pressioni del lavoro prima, e dall’abitudine dello stesso poi, succede che ci si dimentica di capacità “altre” che evitiamo di utilizzare sul lavoro.

Così capita che la nostra creatività venga indebolita da un lavoro ripetitivo, che la nostra velocità di ragionamento venga atrofizzata da modalità di lavoro che richiedono lentezza ecc.
Durante un colloquio di lavoro, spesso noi HR chiediamo ai candidati quali sono i loro hobbies e le loro passioni. Questa domanda ci permette di comprendere non solo il grado di impegno e di dedizione di una persona, ma anche quali soft skill una persona possiede e quali potenzialmente potrebbero esser trasformate in hard skill.

Ciò significa che quella che a noi è sempre un’abilità inutile in quel momento può dimostrarsi fondamentale per il futuro, ma non possiamo sicuramente averne la certezza ora.
Per questo è importante coltivare delle passioni al di fuori del lavoro, perché in questo modo manteniamo vigili e attive le skill che non usiamo che potrebbero tornarci utili per il futuro.
Tutto ci rende professionisti migliori.

Basta solo capire come.

 

 

L’autore dell’articolo è Mauro Cerni

“Lavoro nel mondo delle Risorse Umane da diverso tempo, occupandomi di ricerca e selezione, onboarding, formazione e potenzialmente delle competenze. 
La formazione accademica in Antropologia ed Etnografia Culturale, unita alle diverse specializzazioni in psicologia cognitiva, hanno fatto si che comprendessi quanto importante sia la presenza dell’ “Altro” nei contesti lavorativi, sia per una questione di apertura mentale ma anche per permettere un effettivo e comprovato aumento delle capacità produttive del singolo.”