Una delle cose che più spesso facciamo e non solamente nella nostra vita privata ma anche durante il lavoro è procrastinare.
Procrastinare sta a temporeggiare, a rimandare a domani cose che potremmo tranquillamente fare oggi.

Si pensa che sia una cosa normale, nella quale tutti prima o poi cadiamo perché siamo esseri umani.
Ed è così. A tutti succede di procrastinare. Ma non tutti sanno perché si fa procrastinazione.
Rimandare, prendere tempo, occupare una porzione temporale con qualcosa di non produttivo, sia dal punto di vista lavorativo che privato, è una strategia di difesa che ci permette di non raggiungere un certo tipo di obiettivo nel momento in cui non siamo sicuri che quello stesso obiettivo ci porti dei benefici.

Per esser meno ampolloso: procrastiniamo quando, inconsciamente o consciamente, abbiamo timore del risultato che ci aspetta.

Dal punto di vista prettamente analitico, esistono diverse modalità di procrastinazione che almeno una volta abbiamo provato tutti quanti, ma nessuno di noi si è mai chiesto perché fosse in quella fase di autotutela della propria psiche.

Analizziamo insieme alcuni episodi molto comuni di procrastinazione e cerchiamo di capire perché si fanno:

Controllo dei social media: comportamento socialmente comune, quello del social surfing
( scorrere a caso la bacheca di Facebook senza nessuna apparente motivazione ) è una modalità di procrastinazione che condividiamo tutti. Surfare tra i profili dei contatti potrebbe essere considerata come una modalità di fuga dall’essere visti a nostra volta. Perché se invece di consegnare un progetto utilizziamo il nostro tempo per studiare i profili di amici e conoscenti, in maniera quasi inconscia stiamo evitando di esser visti a nostra volta e di esser giudicati; e inoltre è anche una modalità di autogiustificazione : se non porterò a termine quel progetto o lo farò male non sarà colpa mia che non avevo abbastanza competenze per farlo, ma del social network che mi ha trascinato a sé anche se “ci sono stato solo 5 minuti”.

Attesa di un continuo appoggio: spesso siamo portati ad aspettare la giusta persona, la giusta risorsa o anche la giusta idea per portare avanti un progetto. È palese che la troppa attesa è sintomo del fatto che non siamo abbastanza sicuri delle nostre capacità in quel momento e di conseguenza tendiamo ad attendere fino a che non arriverà qualcuno o qualcosa che ci permetta di fare. Ma è un circolo vizioso, perché nel momento in cui quel qualcosa o quel qualcuno arriva, allora nasceranno altre mancanze che non potremmo risolvere, aspettando sino all’ultimo minuto per consegnare.

Accatastare qualifiche: l’aggiornamento continuo è sicuramente un’ottima cosa, ma bisogna fare attenzione ,perché è un metodo abbastanza subdolo di procrastinare. In primo luogo bisogna chiedersi se la cosa che voglio imparare mi serve veramente e in secondo luogo come la posso sfruttare, perché accumulare titoli ma poi non mettere in pratica quello che si è appreso corrisponde solamente ad ottenere una conoscenza enciclopedica che dopo un po’ sparisce. Inoltre la continua ricerca di formazione non strategica per la nostra carriera potrebbe semplicemente essere una modalità per non mettersi alla prova, magari perché non abbastanza sicuri delle proprie abilità.

Ricerca della perfezione: una delle modalità di procrastinazione più comuni, ossia la ricerca continua e compulsiva del miglioramento di una certa cosa. Il nostro progetto può arrivare a due punti nel suo sviluppo: la completezza o il ritardo nella consegna. Cercare sempre la totale perfezione è controproducente perché appena si arriva alla fine, a parte “smussare gli angoli”, ben poco si può fare. La mancata consegna di qualcosa, previa autogiustificazione che dice “volevo fare ancora meglio” in realtà nasconde tracce di autosabotaggio. Quando andiamo alla ricerca della perfezione lo facciamo perché giudichiamo noi stessi troppo duramente e lo facciamo immaginando che le altre persone potrebbero giudicarci in questo modo. Il nostro giudizio personale sarà sempre più inflessibile rispetto a quello degli altri, che invece saranno meno spietati di noi stessi nei loro giudizi

Questi sono solo alcuni degli episodi che a mio dire potevano essere più significativi, ma ne esistono molti altri.
È il caso di sottolineare una cosa importante: è sempre meglio portare a termine quello che stiamo facendo tenendo conto che tanto le strade due possono essere. O può andare bene o può non andare bene.

La terza strada tendiamo a costruircela da soli.

 

L’autore dell’articolo è Mauro Cerni

“Lavoro nel mondo delle Risorse Umane da diverso tempo, occupandomi di ricerca e selezione, onboarding, formazione e potenzialmente delle competenze. 
La formazione accademica in Antropologia ed Etnografia Culturale, unita alle diverse specializzazioni in psicologia cognitiva, hanno fatto si che comprendessi quanto importante sia la presenza dell’ “Altro” nei contesti lavorativi, sia per una questione di apertura mentale ma anche per permettere un effettivo e comprovato aumento delle capacità produttive del singolo.”