Spesso ci si trova a pensare che si impara a fare bene una cosa quando si smette di pensare quando la si fa. Diventa un processo automatico, quasi fosse respirare. Ciò implica, almeno in teoria, l’aver raggiunto gradi così alti di preparazione che oramai quel qualcosa lo si padroneggia ai massimi livelli.

Ma è davvero un bene essere, o sentirsi, arrivati? È una cosa davvero positiva fare senza pensare?

Nel momento in cui mi rendo conto di non aver più nulla da apprendere, di essere arrivato e di padroneggiare al massimo quella competenza, è come se avessi perso.

Chiariamo, non è una cosa negativa padroneggiare al massimo una skill, anzi. La cosa brutta è pensare di non aver più nulla da imparare e di non aver più possibilità di migliorarsi. E non riguarda il fatto del non seguire lo sviluppo del mercato del lavoro e di conseguenza le skill che richiede, ma di convincersi autonomamente che quello che so fare basta e che non serve andare oltre.

Questo “approccio” alle cose lo si riscontra spesso all’interno del mondo della formazione per adulti. Personalmente ho avuto diverse esperienze di persone che si approcciavano alla formazione perché obbligate, percependola come un’inutile perdita di tempo perché “tanto sono già in grado di fare il mio lavoro, è sempre stato così e sarà sempre così”. Tutti quelli che fanno formazione o che sono stati formatori si sono trovati ad affrontare questo tipo di matassa emotiva, e personalmente non mi sento neanche di dar tutta la colpa ai discenti che la pensano in questo modo. L’andragogia insegna che formare gli adulti non vuol dire insegnare, ma accompagnare all’accrescimento delle skill personali nel rispetto delle proprie conoscenze pregresse.

Essere in grado; essere capaci; sapere, saper fare ed essere. Sono cose che ci ripetiamo spesso, che sappiamo di dover raggiungere per essere i migliori professionisti possibili. Ma raggiungere quest’obiettivo spesso corrisponde ad un piccolo rischio: la perdita del proprio desiderio di imparare.

Fare più veloce di pensare vuole indicare una modalità automatica di vivere il proprio lavoro, ripetendolo in maniera meccanica e senza più domandarsi come si può essere migliori. 

Se quello che so fare mi permette di raggiungere il mio obiettivo, allora non mi serve pensare a come renderlo anche migliore.

La formazione è una delle soluzioni per evitare che i professionisti si convincano ( coscientemente o meno ) di essere arrivati. Ci sarà sempre qualcosa di nuovo da imparare, da fare, da pensare o da provare, così come di saranno sempre professionisti che non cambieranno idea e rimaranno convinti che quello che sanno fare basta, e deve bastare anche a tutti gli altri.

Quindi alla fine fare e pensare dovrebbe camminare uno al fianco dell’altro.

 

L’autore dell’articolo è Mauro Cerni

“Lavoro nel mondo delle Risorse Umane da diverso tempo, occupandomi di ricerca e selezione, onboarding, formazione e potenzialmente delle competenze. 
La formazione accademica in Antropologia ed Etnografia Culturale, unita alle diverse specializzazioni in psicologia cognitiva, hanno fatto si che comprendessi quanto importante sia la presenza dell’ “Altro” nei contesti lavorativi, sia per una questione di apertura mentale ma anche per permettere un effettivo e comprovato aumento delle capacità produttive del singolo.”