Nel mondo del lavoro il raggiungimento dei risultati, lo sappiamo, è una cosa importante e a volte fondamentale. Spinge le persone ad impegnarsi al massimo, se però queste inseguono un obiettivo di miglioramento personale.

È prassi comune pensare che per spingere una persona a raggiungere un obiettivo la si debba premiare con del denaro, o comunque con un benefit che porti l’ottenimento di qualcosa, che sia reale oppure no.

Giustamente, la spinta all’ottenimento di un risultato positivo per sé stessi spinge le persone, in fondo non lavoriamo solo per la passione. Certo, è davvero molto importante, ma con la passione non ci paghi le bollette. È giusto quindi affermare che facciamo ciò che facciamo per avere qualcosa in cambio.

Ma è sempre così? Questa logica di do ut des funziona in tutti i campi sia lavorativi che non?

La ricompensa (nel caso più concreto e che più facilmente tocca le corde delle persone) economica non è sempre la spinta migliore, sopratutto se dobbiamo lavorare con la nostra creatività.

La ricompensa, o la promessa, economica pone in un profondo stato di concentrazione che per alcuni obiettivi è positivo, sopratutto all’interno di campi dove le azioni sono quasi burocratizzate e dove le scelte devono seguire un percorso ben delineato. In quel contesto contano solamente le conoscenze pregresse, la velocità di esecuzione e una piccola, piccolissima percentuale di pensiero creativo.

Operando in una modalità più stabile e che meno si affaccia alla creatività, non si assumono rischi e di conseguenza conta solo ciò che si sa davvero fare. Per questo motivo un premio economico per un obiettivo poco creativo può essere una buona idea, considerando che chi dovrà compiere la missione non dovrà preoccuparsi di pensare fuori dagli schemi.

Se come target per l’ottenimento di un premio devono essere prodotti un maggior numero di scatoloni per il mese successivo, le strade da percorrere per raggiungere il goal sono ben poche.

Se invece parliamo di compiti più creativi e che richiedono quindi la messa in gioco di fantasia e appunto creatività, il discorso cambia.

I compiti creativi richiedo la ricerca di idee inusuali e l’assunzione di rischi.

Per un compito creativo una ricompensa economica riduce la concentrazione ed è facile capire il perché.

Se devo costruire una torre con i mattoncini abbastanza alta per vincere una sfida ma per farlo posso usare solamente dei pezzi tondi, difficilmente troverò la concentrazione creativa adatta se mi si dice che otterrò una certa somma alla fine della sfida stessa. Scatterà lo stress da obiettivo, dove dovrò muovermi velocemente non tanto per completare la task, ma per il premio in denaro.

Cosa conta, quindi, nelle attività creative?
Il divertimento.

“Se si da alle persone la possibilità di divertirsi durante un lavoro creativo, plasmando quindi la loro concentrazione non in base ad una ricompensa economica ma solamente grazie al clima che riusciamo ad instaurare, l’obiettivo sarà più facilmente raggiungibile.”

Il lavoro creativo non si muove in schemi comportamentali e decisionali predeterminati, ma si manifesta in ambiti del tutto nuovi e a volte anche avulsi dall’esperienza delle persone che compongono il gruppo che si muove per raggiungere l’obiettivo stesso.

Questo non toglie che se ci troviamo a dover creare un gruppo al quale assegniamo un compito creativo, dobbiamo comunque tenere in considerazione le loro abilità e competenze.

In pratica, facciamo le cose ci fanno divertire perché ci portano benessere psicologico, è questo funziona meglio rispetto ad una ricompensa economica, che aumenta il nostro livello di stress e che per alcuni compiti ci da solo una sensazione di benessere emotivo temporaneo.

 

L’autore dell’articolo è Mauro Cerni

“Lavoro nel mondo delle Risorse Umane da diverso tempo, occupandomi di ricerca e selezione, onboarding, formazione e potenzialmente delle competenze. 
La formazione accademica in Antropologia ed Etnografia Culturale, unita alle diverse specializzazioni in psicologia cognitiva, hanno fatto si che comprendessi quanto importante sia la presenza dell’ “Altro” nei contesti lavorativi, sia per una questione di apertura mentale ma anche per permettere un effettivo e comprovato aumento delle capacità produttive del singolo.”