Prassi comune, nel mondo del lavoro, è andare alla ricerca della felicità e di pensare di trovarla solamente grazie ad alcuni piccoli accorgimenti o miglioramenti, che passano dall’aumento dello stipendio alle vacanze più lunghe, fino al cambio di posizione.
Spesso siamo abituati a pensare che la soddisfazione lavorativa derivi principalmente dall’avere qualcosa in più, qualcosa di fisico, di materiale e che mostri in maniera immediata gli effetti benefici.
Il problema di questa “sbronza di felicità” immediata sta nel fatto che è un sentimento positivo a breve, se non brevissimo, termine. Lo stato positivo dura pochissimo e poi si torna ad esser tristi.

Mi spiego meglio.
Sull’argomento della “felicità sul posto di lavoro” è stata fatta una ricerca interessante dal Dr.Donald Riggio, sintetizzata efficacemente in questa frase:
“La nostra percezione sui soldi e su quanto guadagniamo dipende da ciò che fanno gli altri”
Quello che il Dr. Riggio intende dire in questa frase e più in generale nella sua ricerca è che quando si scopre che una persona simile a noi guadagna più di noi, in automatico il nostro livello di insoddisfazione e infelicità aumenta, perché tendiamo a domandarci perché quella persona ha raggiunto stadi più avanzati di noi.

Il livello di soddisfazione, dice la ricerca, è dato dai guadagni ma fino ad un certo punto. Infatti, nel momento in cui, tramite i nostri guadagni, riusciamo a gestire i fattori stressanti della vita di tutti i giorni come il mutuo, le bollette ecc, allora i fattori di felicità diventano altri che spesso i soldi non possono comprare.
Insieme alla questione del “se guadagno di più sono più felice sul lavoro”, il Dr. Riggio ha anche affrontato il mito delle ferie, sintetizzato in:
“Più ferie faccio, più sono felice”
Se ci riflettiamo un attimo è facile capire che desideriamo un maggior numero di giorni di ferie se non il nostro lavoro non ci piace, se lo detestiamo. Se invece ami davvero il tuo lavoro, usufruire di più ferie non ti renderà più felice.
L’essere umano è un animale abitudinario e si abitua a tutto, anche alle ferie. Se quindi diventano troppo lunghe smetteranno di avere un’influenza positiva e potrebbero persino renderci più infelici.

Ultimo punto della ricerca riguarda la questione del cambio del lavoro. Sicuramente il cambio di ambiente ha un effetto positivo sulla persona, ma è sempre e comunque a breve termine e anche nel nuovo lavoro si ripresenteranno gli stessi fattori di infelicità del precedente.
In pratica, tutti questi punti hanno qualcosa in comune, ossia il fatto che le strategie adottate sino ad ora puntano ad una felicità illusoria e di breve termine, che non ha influenza e benefici positivi.

Un buon Hr, l’addetto alle Risorse Umane illuminato dovrebbe far si che i suoi colleghi si rendano conto del fatto che il loro lavoro è una continua sfida che grazie alla loro collaborazione e alla loro capacità si può vincere. Si raggiunge il goal finale del business (qualunque esso sia), insieme e collaborando e ciò significa che ogni collaboratore è una parte fondamentale di un organismo più grande.
Inoltre, un clima sereno, felice e disteso sicuramente aiuta ad essere felici. Preferiamo vivere in ambienti sereni piuttosto che in ambienti sempre stressanti e pesanti. Certo, a volte ci sono delle giornate difficili, quello è normale. Ma non deve essere sempre cosi; ed è per questo che l’HR deve anche studiare l’ambiente e comprendere come renderlo il più positivo possibile.

Ultimo consiglio riguarda il fatto che i colleghi non devono essere “solo” colleghi, ma anche amici, persone con le quali ci piace passare il nostro tempo e con le quali ci muoviamo insieme per raggiungere gli obiettivi condivisi.
Come?
Ragionando su quali sono le cose che i nostri colleghi condividono, creando magari dei piccoli eventi di convivialità sul posto di lavoro (personalmente ho proposto di fare aperitivi l’ultimo venerdì di ogni mese, dove ognuno porta qualcosa o lo cucina direttamente nella cucina dell’ufficio) che mostrino che siamo “altro”, a parte le nostre posizioni lavorative.
Poi, secondo me, basta pensare di essere felici finché non lo si diventa.

 

L’autore dell’articolo è Mauro Cerni

“Lavoro nel mondo delle Risorse Umane da diverso tempo, occupandomi di ricerca e selezione, onboarding, formazione e potenzialmente delle competenze. 
La formazione accademica in Antropologia ed Etnografia Culturale, unita alle diverse specializzazioni in psicologia cognitiva, hanno fatto si che comprendessi quanto importante sia la presenza dell’ “Altro” nei contesti lavorativi, sia per una questione di apertura mentale ma anche per permettere un effettivo e comprovato aumento delle capacità produttive del singolo.”