“Ehi amico, c’erano almeno dieci persone in fila davanti a quel tornello ed erano appena le 16e45.

Le 16e45, capisci? Un quarto d’ora prima dell’orario di uscita! Ma lo sai con il mio smartphone quante cose riesco a fare in un quarto d’ora?”

“E tu che cosa hai fatto Bro?”

“Scialla Fratello, me ne sono andato! Ho detto alla reception che mi sentivo male, che poi era vero dopo aver visto tutta quella gente in fila ad aspettare, perché io non ci vado di certo in un posto del genere! Io voglio fare qualcosa in cui mettermi in gioco, mica essere un numero qualsiasi come quelli là che non vedevano l’ora di smammare!”

“Ma quella è una grande azienda!”

“Tranqui, Bro, e chissenefrega! Quelle sono cose che pensano i vecchi, non lo sai che oggi è tutto cambiato? Dovevi vedere che facce avevano quelli al tornello e lo sai qual è il bello? Che guardavano strano me perché ho i tatuaggi. Sai che ti dico? Meglio quella start up che mi ha chiamato ieri: lo sai che mi ha telefonato direttamente l’Amministratore Delegato? Ha detto che gli serve uno che ci sta dentro con i social e che abbia delle idee coraggiose da buttare sul mercato! Ho visto anche le sue foto su Insta, e cazzo è proprio un tipo giusto che va in ufficio con le sneakers!”

“Però fanno cose fighe dai, se le comprano tutti, per me sono tipi a posto!”

“Boh, sarà, ma ora ho capito perché si fanno pagare un botto, con tutta quella gente che devono mantenere, io intanto non mi compro più niente da loro!”

Ho visto un sacco di volte le persone ferme ai tornelli in attesa dell’uscita; ne ho viste altrettante dilungarsi in interminabili pause caffè affollando il bar aziendale o i distributori automatici pur non essendo sul set di Camera Cafè, al contempo aspirando sigarette infinite che non la smettono mai di bruciare, nemmeno quando diventano orrendi mozziconi che vengono svogliatamente schiacciati, stancamente e distrattamente, a tal punto che nemmeno ci si accerta di averli definitivamente spenti per bene, lasciandoli invece fumare e puzzare, contribuendo in malo modo alla sporcizia dell’ingresso degli uffici, che se ci pensiamo, è il vero biglietto da visita di un’azienda: un po’ come arrivare in una città d’arte e trovare la stazione o l’aeroporto sporchi e abbandonati all’incuria.

Brutto vero?

Per le aziende è lo stesso.

Vi confesso, però, che non avevo mai dato troppo peso a queste abitudini a volte diffuse: spesso mi era bastato essere a posto con la mia coscienza di lavoratore.

Sono nato nel 1977 e, purtroppo, la mia generazione alcuni dettagli non li nota immediatamente: poi una sera, in metropolitana, accade che due ragazzi seduti nel mio stesso vagone, tra uno scialla e le note dell’ultimo successo trap, raccontino ad alta voce l’esperienza di un colloquio per una grande azienda e come uno dei due abbia deciso di abbandonare la selezione ancor prima di iniziare in conseguenza della pessima impressione ricevuta varcando l’entrata dell’impresa.

Purtroppo sono un curiosone ed invece di farmi gli affari miei, ho cominciato ad origliare la loro conversazione realizzando che, rifiutandosi infine di comprare ancora i prodotti di quella società in conseguenza della cattiva candidate experience appena vissuta, uno dei due giovani non era soltanto un candidato, ma anche un consumatore, come lo siamo tutti. Del resto le esperienze condizionano l’acquisto, è risaputo, per cui allo stesso modo in cui mia mamma passò repentinamente dalla condizione di ultras di Lucio Battisti a sua ex fan che tutt’oggi non ascolta più le sue canzoni solo perché nel 1986 lui si rifiutò di firmarle un autografo, quel ragazzo della metropolitana adesso decide serenamente di non comperare più il prodotto o il servizio dell’azienda che poco prima lo ha deluso.

Con una differenza: mia madre ha settanta anni e nel 1986 non c’erano Facebook o Instagram, per cui la storia che Lucio Battisti non firma gli autografi ai fan la sappiamo solo io, mio padre e mio fratello Giorgio; mentre nel caso particolare di Millennials e Gen Z, la loro presenza social diventa un ripetitore di emozioni in grado di influenzare l’acquisto di una discreta quantità di beni o servizi.

Poi quei due ragazzi sono scesi, dopo aver localizzato con il loro smartphone due monopattini elettrici per proseguire il loro cammino, mentre io sono rimasto in compagnia dei miei pensieri, realizzando da un lato quanto sono invecchiato senza accorgermene; dall’altro l’importanza strategica dell’Employer Branding per le imprese.

Che diventa un arma letale sia per vincere la Guerra del Talento (come siamo bravi a coniare dei termini mostruosi, vero?), che per affiancare il business.

Pensare che le informazioni strategiche che desiderano conoscere i candidati=consumatori siano quelle contenute nella pagina ufficiale dell’impresa è come chiedere all’oste se il vino è buono.

La buona notizia è che da ora siamo artefici del nostro destino: ovvero dipende da noi il primo passo per un Employer Branding efficace, perché nel mondo moderno, prima ancora che collaboratori, di un’azienda ne siamo i primi Brand Ambassador, questo è un punto da tenere ben saldo in mente se vogliamo stare al passo coi tempi.

Il secondo passo invece, riguarda gli HR Manager, che oggi rappresentano il punto nodale dell’azienda e giocano un ruolo sempre più centrale nei processi di business: scegliere le persone giuste ha un’impatto economico sui risultati e determina il fallimento o il successo di una strategia, quindi è cruciale capire quali siano le risorse ideali da cui partire per avviare un processo di Brand Ambassadorship, perché il problema non è se ci sarà bisogno di avviarlo, ma quando diventerà inevitabile farlo!

Prenderne consapevolezza significa avere il vantaggio competitivo di muoversi in anticipo, quantomeno per ricambiare il favore che invece è stato fatto, anche se inconsapevolmente, ai Baby Boomers o ai vecchietti della X Generation come me: vi ricordate quando a scuola amavamo (o odiavamo) una materia grazie a chi ce la insegnava? Bene, quel professore era il primo Brand Ambassador della sua materia, come noi lo siamo oggi della nostra azienda, volenti o nolenti.

A volte ce lo dimentichiamo, come al tornello, al distributore automatico delle bevande o semplicemente pensando di essere con la coscienza a posto.

Ognuno di noi ha un talento, ed una delle sfide più urgenti degli HR Manager moderni è scoprire (e misurare) quali persone nelle nostre organizzazioni posseggano le competenze giuste per guidare i primi passi verso un futuro già scritto: quello in cui tutti i collaboratori diventeranno testimonial del Brand aziendale.

Tanti testimonial senza i cachet stellari dei supervip che poi, magari, fanno pure flop.

Scialla che figata.

Chi conosce un CFO bravo per calcolare insieme il ROI?

 

L’autore dell’articolo è Filippo Gatti – filippo.gatti@shl.com

Filippo Gatti, romano, 42 anni, è un manager esperto di risorse umane. La sua missione è prevedere il comportamento delle persone in un contesto lavorativo. Consulente di Grandi Realtà nazionali e multinazionali in ambito People Strategy e Diversity, nutre da sempre la passione per le arti e la letteratura. 
Storyteller ed autore di romanzi, scrive “per farsi compagnia”.