“Prego si accomodi, chi devo annunciare?”

Nonostante la voce squillante avevo fatto quasi fatica a scorgerlo, quel ragazzetto dallo sguardo simpatico che da dietro il desk della reception del mio cliente da cui ero andato per fare gli auguri di Natale, mi chiedeva le generalità prima di farmi entrare: la sua faccia sbarazzina era infatti sommersa da un ammasso indefinibile di pacchi di tutte le dimensioni e provenienze. 

Fin qui nulla di strano, in fondo sotto le feste tra strenne natalizie e regali i corrieri hanno un bel da fare e si sa, a Natale sono tutti più buoni; sennonchè quei plichi all’apparenza molto diversi tra loro, avevano un unico denominatore comune: sulle scatole recavano il simbolo di una freccia ricurva, che a guardarla bene sembrava un sorriso.

Amazon.

Proprio così, erano tutti pacchi Amazon.

Nel Marketing ce l’hai fatta quando puoi permetterti di veicolare il tuo brand solo con il logo, senza scrivere il tuo nome. 

Lo hanno già fatto tanti anni fa Nike o Apple o tanti altri. Ora Amazon ha fatto lo stesso: la differenza è che ci ha messo un centesimo del tempo.

Sono un uomo costantemente proiettato nel passato e non vedevo l’ora di condividere tutti questi miei pensieri futuristici con la mia fantastica moglie superdigitale, ma una volta aperta la porta di casa ho trovato il pavimento dell’ingresso ricoperto da una quantità inverosimile di pacchi e scatoloni con un marchio: non ci crederete, era una freccia ricurva, che a guardarla bene sembrava un sorriso.

Un déjà vu?

Niente affatto: era la realtà, comprese le nostre due piccole chihuahua che sembravano non avere dubbi su quale scatola nascondesse i loro mini croccantini di cui vanno ghiotte. Avrebbero scavicchiato ed aperto di corsa il pacco per ingozzarsi.

“Amore bentornato! Guarda sono arrivati i regali di Natale, la spesa ed i crocchi per Minù e Nanà! Non avevo tempo e due ore fa ho deciso di prendere tutto su Amazon, ci ho messo cinque minuti mentre finivo di compilare un file che stamattina avevo messo sul cloud. Puoi mettere a posto che io intanto mi faccio una doccia?”

“Scusa già che c’eri non potevi far mettere a posto ad Alexa?”

“Simpaticone…dai sbrigati che stasera abbiamo la maratona Netflix!”.  

Sono questi i momenti in cui mi faccio più tenerezza: quando non mi accorgo del tempo che passa e che mi catapulta nella Quarta Rivoluzione Industriale, così viene chiamata questa era in cui una vasta gamma di tecnologie si fondono con la sfera fisica e biologica della vita umana ed impattano tutte le discipline fino a farci chiedere intimamente cosa significhi al giorno d’oggi essere human. Vediamo segni di tutto questo dappertutto: ordinando online pranzi, cene e financo la spesa, conducendo transazioni finanziarie dallo smartphone, inventando nuove valute digitali, persino tornando a casa e venire travolti dai regali portati da un Babbo Natale con un sorriso a forma di freccia.

E nel mondo del lavoro? È davvero così importante la #digitalizzazione o è solo la parola d’ordine del momento, uno dei tanti capricci dialettici a cui abbiamo assistito negli ultimi anni? Una recentissima ricerca scientifica condotta da SHL, azienda leader mondiale nella People Strategy e nella misurazione dei fattori che permettono alle persone di avere il successo sul lavoro, propende nettamente per la prima ipotesi, per cui tutti gli amanti del juke box, del Cubo di Rubik e del vinile possono serenamente fare come me e cominciare ad allestire una stanza o una parte del salotto in cui collezionare questi oggetti d’epoca che oggi rappresentano dei complementi d’arredo di grande effetto: il profilo di competenza digitale che infatti emerge dallo studio descrive quali sono le skill che dovrebbero avere le persone per avere successo una volta entrati nel mondo delle moderne organizzazioni aziendali, anche se onestamente al momento è impensabile aspettarsi da tutti i collaboratori il completo set di competenze digitali necessarie. Altrettanto sinceramente, però, il percorso per arrivarci non è così lungo come si potrebbe pensare: molte delle competenze soft su cui le aziende hanno investito negli ultimi anni risultano strategicamente cruciali per ambientarsi ed emergere nel nuovo contesto digitale. Non è vero, infatti, che per avere collaboratori digitalmente competenti si debbano incrementare le assunzioni dei tecnici: anche il profilo più hard-skilled rischia di fallire se non possiede, ad esempio, la capacità di adattare e sviluppare gli approfondimenti ed i suggerimenti provenienti dai big data.

Proprio dalla pregevole ricerca di SHL emergono quattro elementi fondamentali, misurabili, che identificano il talento digitale:

pastedGraphic.pngContinuous Learning and Innovation, ovvero l’adattamento, la capacità di imparare ed innovare per guidare e contribuire a sostenere le aziende nelle sfide future; 

pastedGraphic.pngCapacità di Esecuzione, la capacità delle persone di essere pragmatici, orientati all’azione ed efficienti nel raggiungere gli obiettivi;

pastedGraphic_1.pngNetwork Performance, costruire e sviluppare reti di relazioni, collaborare ed influenzare colleghi e clienti; 

pastedGraphic_1.pngInsightful Analytics, applicare il ragionamento per estrarre valore dai dati e così creare strategie che producono risultati. 

 

Quali conclusioni possiamo trarre dall’esito di questa ricerca?

Beh, prima di tutto che essere digitali è un mindset interpretabile e misurabile scientificamente; poi che nessuno è escluso dal #digital, perché essere digitali non significa essere smanettoni ammalati di tecnologia, ma possedere un insieme di soft skills che appartengono a tutti noi, e come terzo ed ultimo beneficio…

Che anche io sono salvo e pur essendo vintage nell’animo, possiedo delle competenze che mi aiutano ad ambientarmi nei nuovi contesti digitali, appunto, ed a conviverci bene. E magari avere anche qualche chance di successo…

Però per favore, mentre metto a posto la spesa ordinata su Amazon da mia moglie, non le dite che potrei essere #digital anch’io: a lei piaccio così, costantemente proiettato nel passato ed anche un po’ rimbambito sulle diavolerie tecnologiche con cui ha riempito tutta casa. 

Non svegliateci dal sogno di vivere come se fossimo sul set di #RitornoAlFuturo.

 

L’autore dell’articolo è Filippo Gatti – filippo.gatti@shl.com

Filippo Gatti, romano, 42 anni, è un manager esperto di risorse umane. La sua missione è prevedere il comportamento delle persone in un contesto lavorativo. Consulente di Grandi Realtà nazionali e multinazionali in ambito People Strategy e Diversity, nutre da sempre la passione per le arti e la letteratura. 
Storyteller ed autore di romanzi, scrive “per farsi compagnia”.