Intelligenza Artificiale, Big Data, Analytics, Internet of Things.

Tutti termini che ormai scandiscono il ritmo frenetico della vita di tutti i giorni, scorrendo impetuosi in un continuo divenire a cui nessuno di noi sarà in grado di sottrarsi: e allora c’è chi cerca di surfare l’onda del cambiamento a colpi di citazioni a volte rubate a caso a scrittori di cui non si è letto nemmeno un libro, o copiaeincollate da Google dopo essersi imbattuti in pensatori trovati in rete appena cinque minuti prima. Tutte spie, queste, che ci confermano quanto il digital cominci sul serio a caratterizzare tutta la nostra esistenza, spesso in una gara forsennata a chi la spara più ad effetto per cercare semplicemente di trovare una propria dimensione spaziodigitale.

 

Figuriamoci nella vita professionale quanto tutto questo sia amplificato.

 

Eppure, il denominatore comune di tutto questo andazzo in cui si deve ancora trovare una bussola per orientarsi, è molto poco artificiale perché ci riconduce sempre all’esperienza umana, incapsulabile in un termine che si sente ancora troppo poco, purtroppo, umanificazione: e se per enfatizzarlo fosse necessario trovargli un neologismo per emergere dal mare magnum delle parole inventate negli ultimi anni? Presto fatto: Humanification, ovvero rimettere al centro la persona, per chiudere finalmente nel dimenticatoio tutte le logiche che hanno sempre impedito la creazione e lo sviluppo del valore partendo dall’essere umano e allora, quasi fossimo in un vecchio Capodanno degli anni Sessanta, buttiamo dalla finestra i muri, gli ostacoli, i compartimenti stagni in cui per anni, troppi, abbiamo ingabbiato la bellezza dell’essere umano, soprattutto all’interno delle organizzazioni aziendali.

Pensiamo a quante volte abbiamo sentito Top Manager considerati dei guru parlare di “Divisione” per identificare le diverse aree di lavoro di un’impresa, quante volte lo abbiamo visto scritto su biglietti da visita che oggi sarebbero cimeli da museo da esporre accanto a qualche T-Rex o Velociraptor: divisione è un termine che rimanda alle operazioni militari, che prepara la guerra.

La divisione è vecchia.

La divisone non è inclusiva.

Non è vero, ad esempio, che tutte le società attive nel finance siano uguali e che ragionino alla stessa maniera, o che le aziende farmaceutiche abbiano bisogno di informatori scientifici fatti con lo stampino: è totalmente fuorviante credere che per avere successo in un mercato la condizione necessaria sia la provenienza dal medesimo settore. Io stesso ho cambiato quattro o cinque attività e sono ancora vivo, ed anche in buona salute a (parte qualche acciacco fisico che mi suggerisce di arrendermi nonostante io sia ancora convinto di poter dare qualcosa al tennis ed al calcio mondiali).

Soprattutto, oggi non c’è più bisogno di tanti espertoni che si autoeleggono depositari unici delle competenze tecniche in un’azienda e che sullo smanettonismo si sono costruiti, sotto sotto, un’aurea di insostituibilità: grazie di tutto, ma non c’è più spazio, né tempo per questo approccio perché (questo è il bello del digital, dei big data e dall’Internet delle Cose) essi saranno presto sostituiti dall’Intelligenza Artificiale, che farà il lavoro non solo molto meglio, ma anche rendendo disponibile il sapere, che grazie alla tecnologia diventerà definitivamente alla portata di tutti, senza recinti o restrizioni fantozziane di uffici che più sei nel piano in alto e più conti.

La bella notizia è che già da adesso, la vera differenza la fanno le persone, o meglio le soft skills che le rappresentano e che muovono i processi digital.

Mi emoziono solo a pensarci: addio verticali, addio canali, addio classificazioni di cose non classificabili come l’essere umano: addio B2B, B2C, B2B2C.

Benvenuto H2H: Human to Human o, se preferite, H2O, Human to Organization.

Sì, avete letto bene: H2O, come la materia dalla quale tutto nasce, come l’elemento che dà l’inizio alla vita: perché ne abbiamo bisogno come l’acqua.

Questa è Humanification.

 

L’autore dell’articolo è Filippo Gatti – filippo.gatti@shl.com

Filippo Gatti, romano, 42 anni, è un manager esperto di risorse umane. La sua missione è prevedere il comportamento delle persone in un contesto lavorativo. Consulente di Grandi Realtà nazionali e multinazionali in ambito People Strategy e Diversity, nutre da sempre la passione per le arti e la letteratura. 
Storyteller ed autore di romanzi, scrive “per farsi compagnia”.