Il delizioso paese arroccato sulla costa adriatica aspettava quell’appuntamento clou da una settimana: nei bar non si parlava d’altro e finalmente, alle otto della sera in punto, tutti si erano riversati, trepidanti, nella piazza principale sul mare alla presenza del sindaco, sudaticcio, coi rossi in faccia per l’emozione e gli occhiali un po’ appannati, impacciato ed al contempo fiero nel suo completo blu d’ordinanza e la fascia tricolore tutta stropicciata.

La piazzetta del Comune con la statua di Domenico Modugno, delimitata dalla ringhiera di ferro grigia e mezza arrugginita che conteneva a stento la folla che sembrava abbarbicata sulle rocce a picco, era gremita oltre il limite della capienza, con la gente assiepata dietro le transenne e fin sui balconi, incurante della prima pioggia autunnale, che vista dalla televisione, creava un effetto multicromatico per gli ombrelli e gli impermeabili che ricordavano migliaia di coriandoli puntiformi sparsi per il pavimento lastricato di marmo bianco, di cui non si vedeva neanche una mattonella, tale era la calca sotto il palco dell’evento musicale senza precedenti.
Era sempre così, ovunque andasse e qualunque fosse la stagione o il meteo: tutti a cantare assieme a lui, vestito con quei buffi completi sgargianti con le spalline, che risaltavano sulla sua abbronzatura da animatore Valtur e la coda di cavallo, lunga e nera, che faceva tendenza tra i ragazzi dei primi Anni Novanta.
Fiorello ed il suo Karaoke, con la travolgente allegria dalle note popolari, entravano nelle piazze e nelle case di tutti noi, con buona pace del capofamiglia che invece, a quell’ora, appena tornato dal lavoro, avrebbe solo voluto vedere il TG1, salvo poi scatenarsi assieme a moglie e figli sulle note dei vari Toto Cutugno, Gianni Morandi o qualsiasi altro artista nostrano, stonando a squarciagola le canzoni dell’Italia che ancora si sentiva unita in un unico Stivale.
“Quanto era bello il Karaoke: da quando non c’è più Fiorello non è lo stesso, anzi, io ho smesso di guardarlo, quando lui se n’è andato”
Quante volte abbiamo sentito o pensato questa frase?

La trasmissione, lo ricorderete, andava in onda ogni sera da una piazza in diverse città italiane, e con gli anni il seguito di pubblico si era fatto via via sempre più massiccio fino a diventare un fenomeno di costume sociale; poi nel 1994-1995, la conduzione fu affidata ad Antonella Elia e Beppe Fiorello, all’epoca conosciuto come Fiorellino perchè fratello minore dell’istrionico Rosario, che la portarono tristemente alla chiusura per il progressivo, malinconico ed irreversibile calo di ascolti.

Non mi viene in mente un esempio migliore per descrivere i rischi di un Succession Plan casareccio, ops! scusate, volevo dire home made, che mette nelle posizioni chiave risorse non allineate alle competenze che quel determinato ruolo richiede.

Partiamo dai dati: secondo una ricerca di SHL, il 46% delle organizzazioni aziendali non ha un processo sistematico di identificazione degli High Potential, quindi non c’è da stupirsi se la confusione del concetto di HIPO è una delle cause del fallimento dei programmi di Succession Plan.

L’insuccesso di un programma di identificazione del potenziale, infatti, parte dall’approccio:
• La maggior parte dei modelli di sviluppo non ha l’Accuracy necessaria per identificare scientificamente coloro che possono crescere e ricoprire ruoli in avanzamento, con responsabilità crescenti;
• I manager sono troppo spesso guidati da valutazioni soggettive, non supportate da assessment che misurino l’effettivo talento High Potential;
• Le rare misurazioni attuali sono troppo spesso sbilanciate sulla performance piuttosto che sull’analisi scientifica delle competenze

 

In conclusione, purtroppo, il risultato è duplice: da un lato nelle imprese si perdono le risorse migliori, che si demotivano ed approdano alla concorrenza che le sa invece valorizzare, dall’altro si tende ancora a ritenere che un High Performer sia anche un High Potential, ma solo il 15% lo è, con conseguenze nefaste per il Succession Planning, appunto, con una tendenza al peggioramento: pensate che solo nel 2005, la percentuale di High Performer che fossero anche High Potential era del 29%. Un crollo del 14%, che impatta, guarda caso, soprattutto sull’indotto, ovvero sulla motivazione delle persone che hanno a che fare con leader non adeguati, che occupano un posto sbagliato, come il Karaoke dopo Fiorello.

Del resto spesso si dice che si sceglie un’azienda per la sua Attraction (dietro cui c’è uno sforzo enorme da parte delle organizzazioni, non solo economico), e si abbandona a causa del capo (pensate che danno immenso provocato dai singoli).

Allora come fare?

La soluzione passa necessariamente dalla risposta a due domande scomodissime:
1) É possibile misurare il talento?
2) Quali sono i fattori che determinano un High Potential e quindi aiutano a delineare un pool che sia pronto alla successione?

La risposta al primo quesito è sì: esistono dei metodi scientifici per misurare il talento.

Non dobbiamo sorprenderci, dunque, se alcune persone falliscono, probabilmente non sono state misurate con strumenti adeguati prima di essere posizionate in ruoli chiave.

Quali strumenti?

Semplice, quelli che rispondono alla domanda del punto 2), ovvero i fattori che determinano il concetto di High Potential: Ability, Aspiration ed Engagement.

Vorrei tanto dare qualche dettaglio in più su ognuno di essi, ma ora vi prego di scusarmi, devo proprio andare: stanno trasmettendo alla TV una vecchia puntata del Karaoke con Fiorello e, non ci crederete, sapete quale canzone stanno cantando?
“Uno su mille ce la fa”!
Buon talento a tutti, ed al prossimo articolo!

 

 

L’autore dell’articolo è Filippo Gatti – filippo.gatti@shl.com

Filippo Gatti, romano, 42 anni, è un manager esperto di risorse umane. La sua missione è prevedere il comportamento delle persone in un contesto lavorativo. Consulente di Grandi Realtà nazionali e multinazionali in ambito People Strategy e Diversity, nutre da sempre la passione per le arti e la letteratura. 
Storyteller ed autore di romanzi, scrive “per farsi compagnia”.