Si legge in tre minuti e mezzo: lo stesso tempo di ascolto della colonna sonora di Nuovo Cinema Paradiso. Se non trovi 3’30” per ascoltare Nuovo Cinema Paradiso NON sei il destinatario di questo articolo.

Tsunami c’era scritto, in corsivo minuscolo bianco, lungo l’asta trasversale metallica che sorreggeva tutta l’architettura ingegneristica del seggiolino, il carattere utilizzato era probabilmente un Open-Sans, o un Garamond: seminascosta dalla tela sfilacciata della seduta deformata dal peso, non riuscivo a identificare bene i contorni delle lettere di quella stupida scritta, poi con l’avanzare degli anni, mi sto tristemente accorgendo che la mia proverbiale vista da falco comincia a fare cilecca, da vicino.

La prima cosa che ho pensato è che non ci fosse bisogno di evocare tragedie umane per denominare il modello di una fottuta sedia a rotelle, bastava già la cattiva sorte ad aver spazzato via per sempre i sogni di un bambino, ma forse il marketing moderno ha delle regole meno emozionali delle mie, chissà che qualche guru della comunicazione non ci abbia anche preso qualche premio aziendale, magari associando al modello un claim da best seller, “Tsunami. La nuova sedia a rotelle che travolge le tue emozioni!”.

Di una cosa sono sicuro, però, che il carattere di quella scritta infelice era in grassetto, proprio come lui, quel bambino che ci sta accartocciato sopra, informe come un pezzo di gelatina, le braccia troppo possenti per la sua età che ciondolano, inerti, quasi non sappia dove mettersele quando non le utilizza come leva per girare le ruote ormai un po’ ovali per l’usura della carrozzella e le gambe, invece immobili da sempre, tanto gonfie per la circolazione del sangue che non trova sentieri lineari per scorrere ed irrorare corpo e sensi, strozzata sul più bello, al giro di boa dei piedi, all’altezza delle caviglie, dove quei calzini mezzi arrotolati stingono per il sudore e stringono senza pietà la carne insensibile di A., così si chiama il ragazzino di dodici anni costretto in quella posizione innaturale, che se solo ci penso è scomoda anche da seduti perché dopo neanche tre minuti ti viene voglia di accavallare le gambe per non intorpidirle, già, ma tanto A. non sente niente, A. non può neanche guardarsele, quelle gambe ormai più lunghe del normale visto che è nell’età dello sviluppo, perché il suo corto busto rattrappito non gli consente neanche di piegarsi per guardarsi la punta dei piedi.

A 42 anni, una carriera nel commerciale affinata grazie a sei meravigliose aziende e quattro mercati diversi che mi hanno insegnato tantissimo, pensavo di conoscere quasi tutto. Nella vita ho fatto i lavori più umili, lo sguattero nei locali notturni quando ero all’Università, il cameriere nei ristoranti dove tavoli di ricconi lasciavano briciole sulle tovaglie da sgrullare a fine serata, ma mai un centesimo di mancia, e grazie a queste esperienze ho sempre pensato che uno dei miei punti di forza fosse riconoscere subito le persone.

Mi sbagliavo.

Oggi, per la prima volta nella mia vita, e già per questo mi vergogno, grazie all’azienda per la quale lavoro attualmente, ho partecipato ad una giornata di volontariato, imparando a riconoscere una specie camaleontica di essere umani, gli stronzi inconsapevoli come me, gli ingrati.

Si chiama “Community Impact Day” ed è una delle più belle interpretazioni dell’articolo 4 della nostra Costituzione. Significa, tradotto nel linguaggio della strada e chiedendo scusa se stia dando a qualcuno l’impressione di semplificare, fare qualcosa per gli altri, che hanno (molto) meno di te.

Io ho cominciato riparando la tapparella della stanza di A., che si era inceppata ed erano tre giorni che se ne stava bloccata, inesorabilmente obliqua, tra le intercapedini ed il cassettone della finestra. Non avevo mai riparato nulla nella mia vita, l’ho fatto qui per la prima volta, ed ho scoperto che mi piace. Nella cameretta di A., accanto al materasso sfondato al centro per il peso del bambino che evidentemente non riesce a girarsi la notte per la sua ingiusta immobilità, tirato su in verticale per fargli prendere aria dopo il caldo asfissiante della nottata appena trascorsa tra lenzuola appiccicate e morsi di zanzara, un poster di Totti che esulta con il dito in bocca ed un pallone da Rugby della nazionale italiana. Lui che scappa da Tripoli correndo senza gambe, ama Totti e l’Italia che avanza passandosi il pallone all’indietro, come si fa nel Rugby.

“Io sono A., tu come ti chiami?”                                                                                        

“Io sono Filippo”                                                                                                                 

“Io sono della Roma e tu?”                                                                                         

“Anche io sono della Roma, ma allora perchè hai il pallone da Rugby nella stanza?”

“Perchè mi piace anche il Rugby, una volta mi hanno detto che ho il fisico giusto per giocarci!”

Si A., è vero, hai il fisico giusto, perché il Rugby è lo sport più democratico che esiste e c’è bisogno di tutti, da quelli grandi e grossi come me e te, che fanno a spallate per aprire il campo, a quelli piccoli e veloci che fanno la meta, ma che senza le ferite dei primi non ce la farebbero mai ad arrivare in fondo.

A., che ne dici di andare in cortile a giocare a Rugby?”                                                         

“Ma io non ci ho mai giocato!”                                                                                          

“E allora? Anche io non avevo mai riparato una tapparella!”                                                        

“Mi prendi in giro? L’hai fatto benissimo!”                                                                                         

“Sul serio sai, è stata la prima volta. Allora ti va di andare a giocare?”                                           

“Si, ma mi devi prendere il cuscino, così sto più comodo”                                                                

“Questo qui senza la federa?”                                                                                                                                

“No dai! Quello lì sulla scrivania, quello nero quadrato!”

Non avevo capito che fosse un cuscino, poi ho realizzato che quel rialzo gommoso nero serve a sostenere meglio il peso squilibrato di A., che pende tutto sul lato sinistro del suo corpo martoriato, tanto che su quel sostegno di pezza c’erano, sulla parte più abbozzata, delle strisce organiche bianche, simili a qualcosa che, colando, si fosse seccato, un po’ come i materassini di tessuto rossi e blu che usiamo al mare per fare il bagno, che quando li asciughiamo al sole lasciano delle tracce biancastre di sale. Allora ho compreso che anche quelle strisce bianche erano sale, che rimane dopo che il sudore si secca, in quel caso solo da un lato, perché il grasso di A. concentra le ciambelle di adipe sul versante mancino, appunto, che strabocca liquido sulla carrozzella e più giù, sul bordo del sedile aggiuntivo in gomma nera, striandolo.

A., adesso facciamo la touché, così si chiama la rimessa laterale nel Rugby, mi raccomando è una fase di gioco importantissima perché da questa operazione inizia la strategia offensiva!”                                                                                                                  

“Che devo fare?”                                                                                                                                        

“Io salgo su quel muretto e stendo le braccia verso l’alto, tu devi lanciarmi il pallone esattamente tra le mani, devi essere forte e preciso allo stesso tempo”                        

“Ma non ce la faccio, sei troppo alto, poi se sali anche in piedi sul muretto, è impossibile!”                                                                                                                                      

A., non dire mai non ce la faccio, perché poi il cervello finisce per crederci, guarda che braccia e che forza che hai, sono sicuro che ci riesci. Anzi, ci proveremo insieme fino a quando non ce la farai!”                                                                                                

“Ma sei altissimo, come faccio?”                                                                                                              

“Devi mirare ancora più in alto, lo vedi questo pino dietro di me, che ha quel segno circolare del ramo tagliato?”                                                                                                          

“Si!”                                                                                                                                                               

“Bene, allora mira proprio al centro di quel cerchio.”

Le grandi mani di A. abbrancano il pallone ovale con una naturalezza di chi ha il talento giusto, le sue braccia si piegano dietro la testa, mantenendo la tensione muscolare di bicipiti e tricipiti e canalizzando la potenza su gomiti e avambracci, come un elastico teso al suo massimo e pronto a rilasciare energia.

Rimane così, A., immobile in un equilibrio sospeso nel tempo che per un istante lo rende uguale ad un pilone tallonatore navigato, che non ha bisogno delle gambe per lanciare il pallone verso quell’armadio umano della sua seconda linea che è lì, stupidamente sospeso per aria anche se in piedi su un muretto sgarrupato ad aspettare il suo tiro, a dipendere dal suo passaggio per cui basta solo un centimetro di errore per fallire miseramente.

Il mio piccolo compagno di squadra in carrozzella aggrotta un po’ le sopracciglia per mettere più a fuoco l’obiettivo, per mirare meglio. Chissà se fanno così anche i cecchini che hanno trasformato la sua città in un tiro al bersaglio, prima di premere il grilletto. Non c’è tempo per pensarci cazzo, perché A. ha appena lanciato la palla, ha appena liberato l’elastico e c’è un ovale da prendere, da conquistare e poi passare all’indietro per far partire verso la meta i nostri agili tre quarti, così si chiamano gli attaccanti in questo strano sport dove tutti siamo fratelli.

Io ho giocato a Rugby per tanto tempo. Mi sono allenato duramente assieme ad ex professionisti di tutti i ruoli, di tutte le taglie, di tutte le nazionalità, mai però con un giocatore della Libia. Nessuno mi ha mai lanciato la palla così precisamente come questo ragazzino in sedia a rotelle. Non ho dovuto spostare le mie mani neanche di un millimetro, il pallone si è incastonato perfettamente tra i miei palmi, che erano pronti a riceverlo, accoglienti.

Ho provato a digitare A. su Google, ho scoperto che è un nome usatissimo in arabo che indica eccellenza in una determinata cosa o azione, per esempio lanciare un pallone da Rugby, o insegnare ad uno stronzo come me, che la fortuna è un dono immenso, immeritato, dato così, a caso, stupidamente.

Tsunami, ora ho capito.

Significa le emozioni che mi hanno travolto.

 

L’autore dell’articolo è Filippo Gatti – filippo.gatti@shl.com

Filippo Gatti, romano, 42 anni, è un manager esperto di risorse umane. La sua missione è prevedere il comportamento delle persone in un contesto lavorativo. Consulente di Grandi Realtà nazionali e multinazionali in ambito People Strategy e Diversity, nutre da sempre la passione per le arti e la letteratura. 
Storyteller ed autore di romanzi, scrive “per farsi compagnia”.