Spesso succede che, all’atto dell’inizio di un colloquio, il recruiter chieda se può dare del “tu” al candidato. Lo si fa per cominciare a metterlo a suo agio e per creare una sorta di legame emotivo iniziale, per poi costruire una discussione sana e costruttiva.

Ecco. Personalmente questa cosa non la faccio. Nel senso che non chiedo se posso dar loro del tu, lo faccio e basta.

So che può sembrare scortese e sicuramente non utilizzo questo modo di pormi con tutti e in tutti i contesti, ma nel momento iniziare di un colloquio si. E questo mio modo di pormi non è nato dal nulla, ma da diversi ragionamenti in merito.

La prima cosa che mi sono chiesto è: ma effettivamente esiste un candidato che alla domanda “possiamo darci del tu?”, risponde “No, preferisco che mi dia del Lei?”. Se mi capitasse una persona del genere farei fatica ad immaginarmela in un contesto sociale e lavorativo di gruppo.

Ovviamente ( credo almeno, sicuramente qualcuno mi smentirà ) i candidati accettano il “Tu” più che volentieri. Quindi non vedo per quale motivo cominciare il discorso con l’imbarazzo e lo stress.

La seconda cosa è più…filosofica. Spesso ci capita di percepire letteralmente sulla nostra pelle la distanza che abbiamo con le altre persone, sopratutto quando queste hanno una posizione diversa dalla nostra. Usiamo verso queste persone una sorta di riverenza automatica, come se possedessero una sorta di charme che ci obbliga quasi a genufletterci.

Una spiegazione però c’è. E la troviamo in concetto della sociologia e nel nostro percorso di formazione dei primi anni della nostra vita.

In sociologia e in psicologia esistono due concetti molto importanti che sono la socializzazione primaria e secondaria. 

Molto semplicemente, usiamo il primo per indicare il momento in cui entriamo a contatto il primo essere vivente in assoluto ( nostra madre ) che comincia a trasmetterci i primi insegnamenti sociali; usiamo il secondo quando ci riferiamo ai contesti formativi avulsi a quelli familiari.

Quindi, per logica, la socializzazione secondaria prosegue per tutta la durata della nostra vita.

All’atto della socializzazione primaria impariamo a riconoscere i nostri familiari e le persone delle quali possiamo fidarci, nella seconda tutti gli altri. E’ in questi momenti che cominciamo a percepire il senso dell’autorità, del rispetto e quasi della riverenza.

Ed è qui che nasce la prima problematica, ossia che il rispetto per la posizione debba essere dato sempre e comunque. Solo perché le persone hanno quella posizione. 

Ma se ci pensiamo, quel tipo di rispetto è falso, non è sentito e non è davvero necessario.

Ed è più o meno la stessa cosa del Lei o del Tu. 

A mio dire non serve creare questa incongruenza emotiva con i candidati, perché loro già si presentano davanti a noi avendo in mente quel sentire pregresso dell’autorità insegnatogli da piccoli.

Sicuramente dirgli di darci del “tu” è una buona pratica, ma magari nella loro mente questo approccio del “ti dò il permesso di considerarmi come te” sottolinea invece il nostro pseudo ( e falso ) senso di superiorità.

Io credo che le persone che si presentano ad un colloquio debbano essere trattate subito come colleghi, mettendole a loro agio, offrendo loro dell’acqua, o un caffè o comunque qualcosa che le faccia sentire quasi a casa. Perché una persona in ansia non sarà libera di essere se stessa, e a noi serve capire come sono davvero le persone.

So che è una piccola cosa, ma le relazioni ( e i colloqui ) migliori si costruiscono dalle piccole, primarie, cose.

 

L’autore dell’articolo è Mauro Cerni

“Lavoro nel mondo delle Risorse Umane da diverso tempo, occupandomi di ricerca e selezione, onboarding, formazione e potenzialmente delle competenze. 
La formazione accademica in Antropologia ed Etnografia Culturale, unita alle diverse specializzazioni in psicologia cognitiva, hanno fatto si che comprendessi quanto importante sia la presenza dell’ “Altro” nei contesti lavorativi, sia per una questione di apertura mentale ma anche per permettere un effettivo e comprovato aumento delle capacità produttive del singolo.”