Oggi non parliamo di mega direttori o guru contemporanei di aziende nate in qualche garage californiano, l’articolo è dedicato a uomini (la maggior parte italiani) umili, ma che hanno provato ad insegnarci a lavorare bene.

“Hanno provato ad insegnarci a lavorare bene” ma visto come va’ la maggior parte delle cose forse hanno dato delle perle in mano a dei porci.

Noi italiani siamo un popolo strano, veneriamo guru contemporanei quando gli stessi concetti li avevano espressi tempo fa nostri connazionali, senza però tutti gli inglesismi di oggi.

Abbiamo selezionato solo alcuni dei più grandi, ma la lista è davvero lunga.

Non meravigliatevi se trovate in queste storie concetti come quello di Società di Benefit, Welfare, Work Life Balance, Contratto di Apprendistato.

 

Storia di un’impresa: Adriano Olivetti

Adriano Olivetti riuscì a creare nel secondo dopoguerra italiano un’esperienza di fabbrica nuova e unica al mondo in un periodo storico in cui si fronteggiavano due grandi potenze: capitalismo e comunismo. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza.

Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni.

Anche all’interno della fabbrica l’ambiente era diverso: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c’era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti. L’azienda accoglieva anche artisti, scrittori, disegnatori e poeti, poiché l’imprenditore Adriano Olivetti riteneva che la fabbrica non avesse bisogno solo di tecnici ma anche di persone in grado di arricchire il lavoro con creatività e sensibilità.

“Lavorando ogni giorno tra le pareti della fabbrica e le macchine e i banchi e gli altri uomini per produrre qualcosa che vediamo correre nelle vie del mondo e ritornare a noi in salari che sono poi pane, vino e casa, partecipiamo ogni giorno alla vita pulsante della fabbrica (…) il lavoro diventa a poco a poco parte della nostra anima, diventa quindi una immensa forza spirituale.”

 

Un Santo che parlava di lavoro: San Josemaría Escrivá

San Josemaría Escrivá ha aperto una nuova strada di santificazione nella Chiesa Cattolica, ricordando che tutti gli uomini possono raggiungere la santità compiendo il loro lavoro e i loro impegni quotidiani con spirito cristiano.

In tutto lo sconfinato panorama del lavoro, Dio ci aspetta ogni giorno.

Perché l’uomo da sempre ha bisogno di lavorare? Si tratta di una punizione divina o un segno della nostra imperfezione?

Dio, che ha fatto buone tutte le cose e ha creato l’uomo perché col suo lavoro collaborasse a completare la sua opera e raggiungesse la propria perfezione.

 

L’impresa al servizio del Paese: Enrico Mattei

Nei giorni successivi alla tormentata fine della guerra civile in Italia, Mattei viene incaricato di liquidare e di provvedere alla sostanziale privatizzazione degli asset energetici dell’Agip, l’Azienda generale italiana petroli, costituita nel 1926 dallo Stato italiano per sviluppare una propria attività petrolifera, Mattei sceglie però di non seguire questa indicazione, per realizzare un obiettivo che ritiene fondamentale: garantire al Paese un’impresa energetica nazionale, in grado di assicurare quanto serve ai bisogni delle famiglie e allo sviluppo della piccola e media impresa a prezzi più bassi rispetto a quelli degli oligopoli internazionali. Raddoppia la perforazione dei pozzi, sfrutta al meglio la ricerca mineraria nella Val Padana, sceglie le alleanze necessarie all’interno del governo e dei partiti che lo sostengono per realizzare ciò che per il momento è solo nella sua mente. Ci riesce nel 1953 con l’istituzione dell’Eni, dopo una lunga e travagliata discussione – iniziata nel 1947 -, tra chi sosteneva ad oltranza l’iniziativa privata e quanti erano fautori di una forte presenza dello Stato nell’economia.

È in quegli anni che il fondatore di Eni costruisce una rete di collaboratori capaci di muoversi sulla scena internazionale: questo diviene uno dei punti di forza che Eni, oltre gli interessi specifici, sa offrire all’azione diplomatica dell’Italia. È tra i primi a coltivare lo spirito di frontiera e il rispetto delle culture diverse.

 

L’importanza delle giuste condizioni di lavoro: Don Bosco

Don Bosco seguendo i giovani anche nei cantieri e nei luoghi di lavoro si accorge come i padroni sfruttassero gli apprendisti utilizzandoli anche come servitori e sguatteri.

Non esistono contratti scritti e il tempo lavorativo supera di gran lunga le otto ore, non ci sono mansionari per determinare il tipo di lavoro da eseguire, nessun riposo settimanale e nessuna tutela di sicurezza o della salute sono previste per i lavoratori non adulti. Don Bosco si presenta dai datori di lavoro come garante, ma pretende da loro regole precise.

Così, nella capitale sabauda preunitaria, i primi contratti scritti per l’apprendistato portano la firma di don Bosco: l’8 febbraio 1852 a Torino, nella casa dell’oratorio San Francesco di Sales, il giovane apprendista falegname Giuseppe Odasso firmava il primo contratto di «apprendizzaggio» in tutta Italia, su carta bollata da 40 centesimi, garante appunto don Giovanni Bosco.

Conservato nell’archivio della congregazione salesiana insieme con altri contratti, tra cui uno precedente del novembre 1851 ma in carta semplice, sono il primo esempio in assoluto per gli stati italici di questo tipo di tutela “sindacale”. Nascono anche i primi laboratori dove don Bosco, aiutato da artigiani adulti, insegna ai ragazzi senza futuro una professione, un mestiere specializzato. Queste iniziative saranno poi il fulcro della futura scuola salesiana.

Inoltre don Bosco, sull’esempio delle prime società di mutuo soccorso che andavano diffondendosi, associazioni libere tra lavoratori per accantonare dei fondi da utilizzare dai soci qualora colpiti da malattie o infortuni, promuoverà una “mutua” salesiana per i suoi “protetti”, pubblicandone il regolamento e facendolo entrare in vigore il 1 giugno 1850.

Il progetto ebbe un tale successo che anche dall’estero vennero a studiare il “metodo salesiano” di recupero sociale.

 

Lette tutte insieme queste storie hanno sicuramente un filo conduttore.

Ognuno di noi, in qualsiasi posizione si trovi (dall’imprenditore all’operaio, dal libero professionista all’impiegato) dovrebbe fermarsi a riflettere sul suo contributo che sta dando ora alla società in ambito professionale.

Frasi come “erano altri tempi” e “non è business” non sono ammesse. Di fatto tutti partono da una condizione svantaggiata o in condizioni da dopoguerra fondando chi multinazionali, chi scuole di eccellenza in cui milioni di italiani sono riusciti a realizzarsi.