Ovvero cosa fare se la Talent Acquisition è… Lente fa Acqui!

Parlare di Talent Acquisition significa affrontare la grande sfida della natura mutevole del lavoro: ma siamo realmente pronti a mettere in discussione le nostre idee? Già, perchè le ricerche e le tendenze del mondo moderno potrebbero fare uno sgambetto alle nostre credenze: allora vorrei introdurre subito l’argomento con una provocazione bella e buona, ovvero che la maggior parte delle organizzazioni aziendali utilizza il meraviglioso concetto di talento in maniera NON INCLUSIVA.

Sembra una pazzia, vero?

Invece, prendendo in prestito un pensiero di Ornella Chinotti, Managing Director di SHL ed una delle principali e più attendibili “persone informate sui fatti”, dire o pensare che “Vogliamo solo risorse di talento!” rischia di essere discriminatorio se prima non ci chiediamo “Ma talento per che cosa?”, o ancora peggio, se non ci facciamo aiutare dalla scienza e dai big data: secondo un’importante ricerca di SHL, infatti, negli scenari in continuo cambiamento del mondo produttivo di oggi, i talenti servono tutti e contribuiscono a guidarci verso un percorso virtuoso all’insegna della Diversity e della Inclusion, due temi caldi che però possono diventare delle perfide bucce di banana su cui scivolare e perdere l’equilibrio, come accadde a quel collega di un’azienda per la quale lavorai molti anni fa che una volta disse, coram populo durante una convention, “Quest’anno abbiamo sperimentato un nuovo modo di lavorare: pensate, non abbiamo discriminato nessuno!”.

Oggi che è passato tanto tempo, posso definitivamente ammettere che, sentendo le parole di quel manager, mi svegliai di soprassalto dal torpore in cui ero sprofondato durante quella noiosissima riunione pomeridiana.

 

Tutte le persone, infatti, hanno talento: le moderne organizzazioni aziendali hanno sempre maggiore bisogno e fretta di individuarlo, per metterlo in relazione alle sfide ed ai contesti mutevoli che il mercato propone, prima per il loro interesse nella creazione di valore, poi per missione sociale. Mi rendo conto, però, che se non facciamo un esempio è difficile spiegare fino in fondo ciò che vorrei dire, anzi che vorrei urlare con tutta la voce che ho: allora proverò a raccontarvi una storia incredibile sul talento, tanto il fine settimana è alle porte e ci si può rilassare un po’.

 

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Avevano appena finito di suonare, esausti ed ancora madidi di sudore per le luci bollenti che  illuminavano il palcoscenico dall’alto, abbrustolendoli come fossero state tizzoni ardenti conficcati nelle loro schiene, ed ora si stavano godendo il successo di quel concertino, celebrandone la riuscita perfetta tra le urla estasiate dei fan ed i gridolini isterici delle giovani groupie al seguito della band, che ce la mettevano davvero tutta per far colpo sui loro idoli, già allora irresistibili.

Erano i tempi della University College, a Londra, ed alla maggior parte dei loro coetanei sarebbe bastato avere quel successo con le ragazze: invece tra loro c’era chi voleva di più, qualcuno che credeva fermamente in un’idea ambiziosa che sfociava in un sogno: diventare i più grandi di tutti.

 

Christopher Anthony John, il frontman e leader del gruppo, se ne stava in disparte, pensieroso, la testa bassa ed il mento appoggiato sul petto a guardarsi la parte finale della maglietta gialla tutta stropicciata e che recava scritto, in corsivo, il nome della band, Pectoralz. Egli sapeva da tempo che era giunto il momento di fare sul serio se volevano farcela davvero, ma questo significava dare vita ad un cambiamento inevitabile e doloroso, ma necessario per raggiungere la vetta del successo.

Ragazzi, per diventare i migliori ci serve un nuovo batterista: le percussioni sono il nostro punto debole

Il silenzio contornato dalle facce sgomente degli altri fu rotto dalla voce nasale di Phil, il suo grande amico nonchè batterista del gruppo, che accendendosi svogliatamente una sigaretta che gli aveva fatto strizzare gli occhi per la vampata di fumo che non era riuscito ad aspirare completamente, gli disse, guardandolo dritto in faccia:

Quindi mi stai facendo fuori?

Tutto avrebbe fatto pensare al più classico dei duelli all’OK Corral, ma la risposta di Cristopher Anthony John spiazzò Phil e gli altri membri:

Tutt’altro amico, tu sarai il nostro manager: nessuno organizza concerti come te! Anche stasera hai fatto un capolavoro!

Era il 1995, ad Hollywood Forrest Gump e Tom Hanks correvano con le loro Nike bianche e rosse verso la statuetta degli Oscar, mentre poco più in là, in uno dei soliti garage della Silicon Valley, veniva fondata eBay e dall’altra parte dell’Oceano la Sony rispondeva con il lancio della prima Playstation: i Social Network e la loro informazione liquida si dovevano ancora affacciare alla ribalta mondiale, ed infatti l’annuncio della ricerca di un nuovo batterista per i Pectoralz viaggiava sui binari tradizionali dell’epoca: bacheche universitarie e “word of mouth”: il passaparola.

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Nel Hampshire, regione del profondo Sud dell’Inghilterra rurale, si registra una piovosità media annuale di 922 mm ed una temperatura di circa 8 gradi: un posto da lupi, dove è meglio tapparsi in casa o stare al calduccio di un camino, specialmente in inverno, al riparo dalle intemperie: 

il luogo ideale per studiare la musica, soprattutto se tra le quattro mura domestiche hai a portata di mano un pianoforte, una chitarra, un basso ed addirittura un tin whistle, il piccolo flauto di latta irlandese. Ad un certo punto della vita, però, la pioggia e l’umidità della campagna inglese ti entrano nelle ossa e non vedi l’ora di andartene: magari a Londra, a studiare all’Università.

Alla University College della Capitale inglese, intanto, le audizioni per il batterista andavano avanti con scarsi risultati: i Pectoralz che nel frattempo avevano cambiato il loro nome originario prendendo in prestito quello di una band che si era appena sciolta, non riuscivano a trovare il sound che stavano cercando. Christopher Anthony John non sapeva più dove mettere le mani, aveva ascoltato tutti i batteristi del giro e nessuno di loro lo aveva convinto fino in fondo.

Ehi, amico, ma perchè non provi con Will, quel ragazzo del Hampshire?” gli disse Phil, l’ex batterista mago delle public relations che conosceva tutti. 

Non lo conosco questo Will, è un bravo batterista?”

A dire il vero non so se suona la batteria, ma in giro si dice che sia un genio della musica.

A Will, che intanto si era trasferito a Londra, anche lui alla University College, piaceva molto andare ai concerti dei Pectoralz: erano piuttosto bravi e poi i loro testi funzionavano; in più a quelle serate partecipavano sempre le ragazze più belle del Campus ed ogni tanto ci scappava pure che si riuscisse a rimorchiarne una, soprattutto tra quelle scartate frettolosamente dai componenti del gruppo. 

Ad essere sinceri, però, il suo orecchio finemente allenato alla musica avrebbe desiderato percepire un suono migliore dalle percussioni della band e guarda caso ora, nella vecchia bacheca dal fondo di sughero dell’Università, dietro il vetro sottile della cornice in legno, penzolava un loro volantino giallo con gli angoli superiori spiegazzati che facevano le orecchie al foglio, che pubblicizzava la ricerca di un nuovo batterista per i Pectoralz.

Peccato non saperlo suonare, quello strumento. Sarebbe stupendo essere uno di loro.

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“For God Sake, ragazzo, tu suoni in maniera divina”

“Grazie”

“Sul serio sai, sei veramente un fuoriclasse, non ho mai sentito nessuno suonare così!”

“Ti ringrazio davvero, peccato che però io non sappia suonare la batteria”

“Sai che ti dico, Will? Io ti aspetto”

“Come hai detto, scusa?”

“Ho detto che ti aspetto: uno che suona come te ha la musica nel sangue. Diamoci tre mesi di tempo: sono sicuro che quando ci rivedremo sarai il miglior batterista di tutti i tempi!”

E così fece: Cristopher Anthony John aspettò tre mesi e, quando Will si ripresentò all’audizione, i Pectoralz udirono esattamente, precisamente, deliziosamente, il sound perfetto che desideravano sentire.

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Quel batterista che fino a tre mesi prima non sapeva suonare le percussioni si chiama Will Champion.

Il frontman e fondatore dei Pectoralz, Christopher Anthony John Martin, è oggi meglio conosciuto come Chris Martin. 

I due ragazzi adesso sono, rispettivamente, il batterista ed il cantante dei Coldplay: questo è il nome che ha sostituito l’originario, Pectoralz.

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C’è un Will Champion in ognuno di noi, questo è certo, ma non è altrettanto scontato che incontriamo ogni giorno un Chris Martin sulla nostra strada. 

A volte semplicemente perchè siamo la persona giusta nel momento e nel posto sbagliato, e può accadere per tanti motivi di non essere riconosciuti per il nostro talento, perchè in fondo siamo tutti esseri umani, anche coloro che sono chiamati a valutarci: “oggi non è giornata”, “mio marito mi fa arrabbiare perchè ancora non sa fare due cose contemporaneamente”, “i nostri figli hanno preso un brutto voto a scuola”, oppure la nostra squadra del cuore la domenica ha perso. 

Tutto normale, e poi ci sono i BIAS a tenderci un tremendo tranello: i pregiudizi inconsapevoli della nostra mente che a volte decide di non accendere quella luce che illumina il talento degli altri.

Per questo ad aiutarci a riconoscere Will Champion, oggi ci pensa SHL.

 

L’autore dell’articolo è Filippo Gatti – filippo.gatti@shl.com

Filippo Gatti, romano, 42 anni, è un manager esperto di risorse umane. La sua missione è prevedere il comportamento delle persone in un contesto lavorativo. Consulente di Grandi Realtà nazionali e multinazionali in ambito People Strategy e Diversity, nutre da sempre la passione per le arti e la letteratura. 
Storyteller ed autore di romanzi, scrive “per farsi compagnia”.